"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

4 | dicembre 2000

9788898260980

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NEWS | dicembre 2000

Irradiazioni dell'antico. Recensione al catalogo della mostra: D'après l'antique (Paris, Musée du Louvre, 16 ottobre 2000/15 gennaio 2001), a cura di Jeanne-Pierre Cuzin, Jean-René Gaborit et Alain Pasquier, Paris 2000

II gladiatore Borghese, un capitello corinzio, lo Spinario, il Laocoonte, i ritratti del Vitellio Grimani e lo pseudo-Seneca, la Ninfa con la conchiglia, la Venere di Milo: opere approdate al Rinascimento come relitti e tenute in gran pregio (come lo Spinario, già nel ‘400 collocato a Roma sopra una colonna); occasionalmente e tardivamente ritrovati (come il Laocoonte, trovato e rimonatato da Michelangelo nel 1506; la Venere di Milo, scoperta nell’isoletta di Melos solo nel 1820; o la Ninfa con la conchiglia probabilmente un ‘falso’ settecentesco da un modello ellenistico), irradiano riflessi e proiezioni, più o meno angolati, più o meno correttamente interpretati. Le loro forme – posture, materiali, soggetti – tengono teso il filo della mimesis e fanno ponte, nutrendo l’immaginario dei moderni, avidi di scrutare il passato con quello sguardo "marcatamente retrospettivo" che – come è stato notato – è l’orizzonte peculiare dell’arte occidentale. In assenza di "originali" da sempre perduti, riproduciamo copie di copie, nella inquieta ricerca del modello. La mostra, allestita in modo suggestivo, è una sorta di percorso per topoi della memoria. In ogni sala, una tappa nel gioco dei mirabilia: al centro l’oggetto antico, attorno le proiezioni sul grande schermo panoptico della memoria, fino alle straordinarie reinvenzioni dal Laocoonte di Léon Gischia (1945) e di Braco Dimitrijevic (1984); fino alle impressionanti foto di grande formato che riducono diversi volti di fanciulla a una serie wahroliana di Veneri di Milo. Il catalogo, corredato da una sezione interessante di saggi, che approfondiscono sotto diversi rispetti il problema della memoria dell’antico, restituisce il senso della mostra. A parte qualche sbavatura tematica (il medievale "Carlo Magno a cavallo" di Metz, che veramente c’entra poco con il resto), e qualche distorsione ottica ‘a la franzese’ (dagli oggetti esposti si potrebbe dedurre che la scoperta dell’antico dati dal '700: come in effetti è, ma solo per la cultura francese, infelicemente orfana di Rinascimento), il gioco funziona: l’esposizione è ludus, nell’accezione migliore: diverte e insieme insegna. (Monica Centanni)

Orfeo frustrato e la Menade anoressica. Recensione a: rock DJ, video musicale di Robbie Williams, dall'album Sing When You're Winning, 2000

Anche nei luoghi più impensabili, a prestarvi orecchio, è possibile percepire un’eco di antichi miti; il video musicale di un recente successo del cantante Robbie Williams, Rock DJ, ne è una prova gustosa. Nella prima scena Robbie viene introdotto in una sorta di pista da ballo tramite un elevatore, marchingegno che ricorda quelli utilizzati nei circhi romani per l’ingresso delle fiere o delle vittime; però al giovane musicista non tocca la sorte né delle une né delle altre. Attorno a lui delle sottili, bellissime donne, succintamente vestite, stanno danzando con una lenta e ipnotica movenza circolare su pattini a rotelle e nulla le distoglie. Sopra la pista si erge la consolle della disk jockey, anche lei molto giovane e molto bella, totalmente assorta nel suo compito. Robbie, circondato da tale algida bellezza, compie disperati tentativi per attirare su di sé l’attenzione: prima si cimenta in un’auto-ironica danza da macho, poi in una ‘svestizione’ che scopre degli slip con l’effige di una tigre (palese riferimento dionisiaco?), infine nell’esibire ciò che Attis e i sacerdoti di Cibele sacrificarono alla dea. Nulla di tutto ciò vale a distrarre le pattinatrici e l’affascinante DJ, ma a questo punto avviene qualcosa di clamoroso: Robbie, ormai completamente privo di indumenti, si strappa di dosso la pelle e rimasto modello anatomico delle proprie masse muscolari, comincia a farsi a brandelli, gettando parti di sé tutt’intorno. Inconsapevole del significato mitico delle proprie azioni, il giovane compie una vera e propria inversione dello sparagmos dionisiaco, che, col richiamo della carne, risveglia anche l’istinto della Menade cacciatrice: dimenticata per un momento l’anoressia, le danzatrici, che ossessivamente lambivano l’ignorata vittima senza mai sfiorarla, ora si abbandonano a scene di godimento e lussuria con i sanguinolenti quarti d’uomo. In questo "spargimento di carni", all’imperturbabile e distante "maestra delle danze", Robbie riserva i propri "grandi glutei" ma a questo gesto lei si limita a offrire un gelido sguardo: lo riconoscerà, e scenderà a congiungersi con lui in una danza macabra, solo quando – scomparse le "baccanti" – questo sarà divenuto nudo scheletro, dando vita a un’immagine che oscilla tra stereotipata fantasia maschile, iconografia della "morte e la fanciulla" e riferimento – casuale? – ad antichi riti sacrificali. Forse, se Semele fosse stata una fanatica di palestra e raggi U.V.A., Agave una First Lady impegnata in campagna elettorale, Euridice una top model vittima di patologica inappetenza, anche Penteo e Orfeo sarebbero stati un po’ frustrati, e avrebbero reclamato – come potevano – l’attenzione che spettava loro. (Katia Mazzucco)

Odissea americana? Recensione a: Fratello dove sei?, regia dei f.lli Cohen, USA 2000

L’ultimo film dei fratelli Coen (noti per Fargo; Il grande Lebowsky), Fratello dove sei?, è tratto in modo ironicamente esplicito dall’Odissea fin dai titoli di testa; in realtà i riferimenti letterari ci appaiono come lontani e frammentari ricordi scolastici: il nostos dell’eroe si trasforma nell’avventura donchisciottesca di tre galeotti in fuga negli Stati Uniti del Sud degli anni ‘40. Non c’è, né ci vuol essere, correttezza filologica, nemmeno negli episodi più fedeli al testo: le "Sirene" possono rappresentare contemporaneamente anche "Nausicaa" e "Circe", mentre "Polifemo" fa parte di una setta razzista di incappucciati. Ma alcuni aspetti, quali l’eloquenza sorniona e scettica di Ulisse, un George Clooney "bello di fama e di sventura" che fa palesemente il verso a Clark Gable, o l’insistenza sull’immagine della brillantina per capelli, che compare come formula epica "alla rovescia" lungo tutta la vicenda, rendono omaggio al poema in modo sottile e divertito, e fanno sorgere nello spettatore colto il piacere per il gioco del riconoscimento e delle citazioni, consapevolmente tràdite e tradìte. Un Omero d’oltreoceano dunque, ma non l’Omero hollywoodiano dei peplum films, con la loro millantata fedeltà ricostruttiva, qui godibilmente imbastardita con le tradizioni e le atmosfere del Mississippi: questa improbabile Odissea sembra riscritta da Huckleberry Finn. (Giulia Bordignon)

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