Come tutte le figure complesse, anche quella di Negri non è facilmente collocabile. Senza dubbio, la sua figura è contraddistinta da una convivenza, talvolta problematica, del profilo dello studioso con quello del militante, cosa questa che lo accomuna in realtà a numerosi profili di intellettuali e militanti del Novecento. In Negri si affianca a ciò la tendenza ad ampliare gli orizzonti della ricerca senza badare ai cosiddetti steccati disciplinari. Negri è stato un filosofo, un critico letterario, un teorico della politica, un sociologo, un ricercatore sul campo, un militante politico. E, data questa multiforme attività, è ovviamente impossibile ridurlo a una formula precisa. Ma il pensiero procede per generalizzazioni e “neanche l’empirismo estremo, può tirare per i capelli i facta bruta e presentarli come casi anatomici o esperimenti fisici” (Adorno [1966] 2004, 13). Nemmeno il fatto Antonio Negri può essere trascinato sul foglio così com’è, senza passare per una generalizzazione. Occorre allora muovere da un appiglio che aiuti a dire qualcosa su chi sia stato Negri. E c’è a tutti gli effetti un ambito al quale è stato sempre accostato, pur riconoscendo al suo pensiero una posizione decisamente peculiare e, in senso lato, eterodossa: questo ambito è quello del marxismo e della galassia delle teorie politiche che a esso si richiamano. Appare allora possibile muovere definendo qualcosa come una specificità del marxismo di Negri. Esprimendosi in modo brutale, questa specificità – che è stata peraltro ribadita recentemente da un essential sul pensiero negriano pubblicato per DeriveApprodi e da un intervento di carattere generale di Maria Turchetto (Zaru 2024 e Turchetto 2008, ribadito poi nel 2023) – va rintracciata nella partecipazione attiva da parte di Negri alla costruzione, a cavallo della metà degli anni Sessanta, del paradigma politico e epistemologico dell’operaismo. Anche l’operaismo, a propria volta, non è semplicemente collocabile, ma la sua delimitazione in uno spazio editoriale e in un arco temporale piuttosto definiti rende più agevole il compito. Tra i tanti elementi che contraddistinguono il paradigma operaista esistono infatti alcune costanti, che possono essere riassunte come segue: a) la tendenza a individuare una figura che esprima senza residui il conflitto sociale, concepito come lotta di classe, la più fortunata delle quali è stata con tutta probabilità quella dell’operaio massa, elaborata nei primi anni Sessanta nel contesto della rivista “Quaderni Rossi” e presente già in un saggio di Romano Alquati sul secondo fascicolo (Alquati 1962); b) l’impostazione interpretativa secondo la quale la strutturazione dei processi di produzione corrisponde a una reazione, tendenzialmente repressiva, a una conflittualità che muove da ciò che mediante quei processi viene strutturato, cioè dalla forza lavoro. Da questi due elementi l’operaismo trae il nome (vale a dire il riferimento alla figura operaia) e l’indirizzo della propria analisi concentrato su una lettura eterodossa del rapporto tra capitale fisso e capitale variabile, come testimonia l’attenzione al famoso, e in un certo senso famigerato, Frammento sulle macchine contenuto nel Grundrisse di Marx.
Il riconoscimento di queste costanti dell’operaismo e nel post-operaismo è radicato, anche tra i detrattori, al punto che all’ambito operaista vengono accostati – o di operaismo vengono tacciati – autori che possono anche essere lontani da quella impostazione e che però si richiamano a dinamiche come quelle indicate, cioè di ristrutturazione dei cicli produttivi in virtù di un disciplinamento della forza lavoro. È ad esempio il caso, piuttosto recente, di Andreas Malm che, nella sua analisi sul rapporto tra capitale e combustibile fossile, ha sostento che la scelta del carbone in luogo dell’acqua come fonte non fosse dovuta tanto a ragioni di efficienza energetica, quanto a ragioni di efficienza organizzativa: l’acqua imponeva la dispersione della forza lavoro nelle campagne, il carbone permetteva il disciplinamento della forza lavoro nella città, all’interno di spazi definiti adibiti esclusivamente all’estrazione di valore dal capitale variabile. Proprio per questa ragione, Malm è stato accostato all’operaismo (Bergamo 2022, 153).
Ambedue questi elementi teorici – l’individuazione di una figura capace di esprimere senza residui il conflitto sociale e l’idea che la strutturazione della società capitalistica abbia come motore la conflittualità stessa – si ritrovano variamente declinati nel pensiero di Negri. Questo intervento muove dalla constatazione che il corpus teorico negriano viene indagato, generalmente, proprio alla luce di queste tendenze maturate nello sviluppo del paradigma epistemologico dell’operaismo. In questa sede, l’obiettivo è invece quello di concentrarsi sugli scritti che precedono la vera e propria elaborazione teorica dell’operaismo. Convinzione è infatti che molti dei temi che Negri sviluppa nel corso del suo pensiero, e che tengono assieme un itinerario che muove dalla metà degli anni Sessanta fino alla pubblicazione di Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione e degli interventi più recenti, siano profondamente debitori di un’impostazione filosofica che Negri matura nei suoi primi testi e nel serrato confronto con i classici della filosofia tedesca, in particolare con Kant. Si tratta di un confronto che è svolto sotto l’egida di una serie di problemi teorici che contraddistinguono, e in qualche modo segnano, la filosofia del Novecento. Questo intervento intende esplicitare questi elementi teorici e studiarne lo sviluppo in due testi pubblicati tra il 1958 e il 1962: Stato e diritto nel giovane Hegel e Le origini del formalismo giuridico; nel 1962, è vero, Negri aveva già iniziato l’esperienza teorica dell’operaismo, che si fa convenzionalmente cominciare con l’avvio nel 1961 dei “Quaderni Rossi”. È però vero che i problemi contenuti in quel testo sono debitori delle questioni analizzate durante gli anni universitari e nel confronto con Enrico Opocher, anni rispetto ai quali Negri afferma che “per me la Rivoluzione Liberale fu un testo di riferimento in tutto il periodo che va dall’università fino ai Quaderni Rossi” (Negri 2015, 43).
Lo stato come struttura
Il primo lavoro scientifico di ampio respiro pubblicato da Negri è il libro uscito nel 1958 per la collana della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova e intitolato Stato e diritto nel giovane Hegel. Studio sulla genesi illuministica sulla filosofia giuridica e politica di Hegel. Si tratta di un lavoro descritto come concorsuale, ma dal quale si possono trarre interessanti indicazioni sui problemi generali ai quali Negri rivolgeva l’attenzione in quegli anni.
La ricerca si inserisce negli studi che, a partire dal primo decennio del Novecento, hanno tentato di rileggere i problemi dello hegelismo muovendo dalla fase giovanile del suo pensiero. Si tratta di un corpus di scritti che Hermann Nohl ha pubblicato, su spinta fondamentale di Dilthey, nel 1907 con il titolo di Scritti teologici giovanili. Pubblicazione considerata oggi superata dal punto di vista filologico, il volume ha costituito una vera e propria guida per lo studio del giovane Hegel fino al 1989, anno di pubblicazione del primo volume dei nuovi Scritti giovanili (dal cui titolo cade l’aggettivo teologici) a cura di Nicolin per i Gesammelte Werke hegeliani. In quegli scritti, un paio di generazioni di studiosi ha cercato uno Hegel diverso da quello che emerge dalle rigide maglie del sistema maturo. Persino un Hegel romantico e mistico, per come suona il titolo del libro che Galvano Della Volpe, nel 1929, pubblica dedicandolo a Giovanni Gentile (Della Volpe 1929).
Del giovane Hegel si occupa chi cerca uno Hegel vitalista e non meccanico, come ad esempio Dilthey, chi cerca la genesi di una filosofia della coscienza, come Jean Wahl, chi tenta una fondazione dello spirito germanico, come Rudolph Heym, ma anche chi vuole mostrare una connessione fra Hegel e i problemi dell’epoca storica, come nel caso del fortunato volume di Lukács ([1954] 1960), anche Negri, che scrive una trentina d’anni dopo queste prime ricerche, si rivolge al corpus giovanile hegeliano per rintracciare la genesi nascosta di questioni che emergeranno solo più tardi in Hegel. In particolare, l’interesse di Negri è quello di rinvenire, in quegli scritti, la genesi della dialettica hegeliana per come sarebbe poi emersa a partire dagli anni di Jena.
Negri legge il giovane Hegel come attraversato da una tensione essenziale, quella della realizzazione del Volkstaat, lo stato popolare, per come era stato definito da Herder. Si tratta di una questione effettivamente centrale nell’illuminismo tedesco che declina, in chiave esplicitamente politica, il tema della perfettibilità storica dell’individuo. Questo tema deriva da una discussione, alla quale però Negri non allude, che ha come radice la questione della Bestimmung des Menschen inaugurata dal reverendo Spalding e diffusamente ripresa nella cultura tedesca per tutta la seconda metà del Diciottesimo secolo (Fonnesu 1993, 25-76). Su questa scia, autori come Moses Mendelssohn e Thomas Abbt dibattono sul carattere individuale o collettivo della perfettibilità, aprendo una discussione che si polarizza attorno a vari nuclei tematici. Sono queste le antinomie illuministe alle quali Negri si riferisce quando sostiene che Hegel ne raccolglie il peso in vista di una loro risoluzione. In particolare, l’antinomia centrale prodotta dal pensiero illuminista corrisponde all’antinomia tra ragione e storia, che Hegel assume come antinomia tra particolarità e razionalità (Negri 1958, 12), oppure tra particolare e universale.
La questione della perfettibilità, neologismo rousseauiano ripreso nella cultura tedesca, richiedeva una presa di posizione che specificasse il carattere del progresso, vale a dire richiedeva di specificare se a progredire fosse l’individuo o la specie. Scegliere la specie significa liquidare l’individuo in una determinazione universale. Significa pensare la specie come aggregato meccanico di particolarità. Sono antinomie di questo genere quelle che Negri attribuisce all’illuminismo, inteso come pensiero che tende configurarsi per contrapposizioni; l’individuazione della forma di ragione che governa la storia viene assunta da Negri come l’elemento caratteristico che specifica la costellazione antinomica dell’illuminismo. Al di là dell’interpretazione che viene offerta dei testi giovane hegeliani, rispetto alla quale Negri tenta di collocarsi in un panorama variegato di letture, è senza dubbio notevole l’impostazione che sta alla base della ricerca. Al problema della dialettica, con cui appunto Hegel tenterà una risoluzione non romantica alle antinomie illuministe, viene riconosciuta una genesi interna alle dinamiche, in senso ampio, di strutturazione. Il diritto positivo, espressione giuridica di ciò che nella teoresi sarebbe la logica sistematica, corrisponde a una istituzionalizzazione strutturante di un impulso etico, o metafisico nel caso della logica, di carattere unitario e non razionalizzato. Questo processo di strutturazione, che tenta di assorbire il non razionale nella ragione, produce forme antinomiche. Hegel muove i primi passi nella costruzione del proprio pensiero nel tentativo di risolvere queste antinomie, per cui la dialettica hegeliana si costituisce, nei fatti, come un procedimento che ha origine nella raccolta empirica di problemi che l’epoca posa di fronte al filosofo, problemi che hanno origine nell’universo del diritto.
Riformulato in altri temini, il problema è comprendere in che modo, e per quali vie, la spinta in direzione della liberazione, vissuta come urgente da quella generazione, possa essere formulata senza ossificarne lo spirito in una morta lettera, con un’espressione che riecheggia il Nathan di Lessing. Scrive Negri riguardo allo Hegel di Berna:
Filtrato attraverso questo concetto, l'empirismo hegeliano assume un carattere insieme rigorosamente teoretico e pratico ; ci troviamo dinnanzi ad un analista che studia la materia per definire la tecnica della sua trasformazione, ad un patologo che anatomizza il corpo morto della storia per studiare le condizioni della malattia letale e per stabilire i presupposti della salute e della vita. L'ideale operativo che percorre l'indagine hegeliana di questo periodo determinandone interessi e metodi, è frutto del radicalismo dell'ideologia rivoluzionaria, per cui la libertà è ansia di liberazione, ed il suo concetto deve essere convertito nella realtà (Negri 1958, 134).
E, ancora, in merito allo scritto su La vita di Gesù: “nella vita di Cristo Hegel vuole insomma indagare come ansia di liberazione e oggettività storica si siano trovate di fronte e quindi come, venute a contrasto, l’insegnamento di libertà del Cristo ne sia uscito soccombente ed abbia originato la dommatica ecclesiastica” (Negri 1958, 135).
Ciò che la vicenda del giovane Hegel insegna è allora qualcosa che riguarda la genesi dello stato come forma di istituzionalizzazione della libertà. La soluzione tentata da Hegel sarà poi quella di rintracciare l’evolversi del problema in una dinamica storica: l’istituzionalizzazione della libertà non è qualcosa che si dà come metodo, o come oggetto, ma è il percorso storico stesso in cui questo procedimento si compie, il modo in cui di volta in volta l’ansia di liberazione radicale, che viene riconosciuta a Hegel, si dà forma giuridica istituzionale. In questo senso, già prima del passaggio a Jena Negri riconosce in Hegel questo tentativo storico di risolvere le antinomie che gli si presentavano di fronte: “l'individuo non è un atomo, ma è costitutivamente inserito nella storia, né la razionalità è una realtà iperuranica ma è essenzialmente congiunta all'espressione umana. La contraddizione diviene il motore stesso della storia ed il rilevamento della contraddizione contiene in sé la ragione dell'azione degli individui” (Negri 1958, 219).
Negri stesso, come abbiamo detto, concepisce questo libro come un libro, si direbbe oggi, concorsuale. Ma non per questo il testo è privo di importanti elementi di tensione. Una via della ricerca negriana trova una traccia importante nelle pagine di questo libro, ed è la via che, nell’istituzionalizzazione, detto altrimenti nella costituzione, ricerca la radice dalla quale emerge, ponendosi con forza, il problema della libertà. L’intreccio tra questi due elementi sarà una costante nel suo pensiero e le radici teoriche di questo problema ottengono una fisionomia precisa in un testo che Negri pubblicherà di lì a poco e che affronta di petto proprio il tema dell’istituzionalizzazione dell’impulso libero.
Il formalismo: l’irrazionale e l’origine extragiuridica del diritto
Edito nel 1962, ma frutto di un lavoro precedente sotto la guida e poi in collaborazione con Enrico Opocher, il libro Alle origini del formalismo giuridico. Studio sul problema della forma in Kant e nei giuristi kantiani tra il 1789 e il 1802 presenta numerosi spunti che danno conto dei problemi fondativi del pensiero di Negri. Più libero nella ricerca, vale a dire meno concorsuale rispetto al libro hegeliano, questo testo si concentra su una serie di questioni interne a Kant e al kantismo, ma allo stesso tempo dialoga in modo serrato con la filosofia del proprio tempo. Vista anche la mole del testo, oggetto di questo intervento saranno principalmente i primi capitoli, i più densi a livello teorico, nei quali Negri affronta l’emergere del formalismo nella filosofia di Kant, concentrandosi tanto sui tra lavori critici, quanto sui testi di orientamento giuridico e di fondazione del diritto.
Il testo si apre con una dichiarazione di intenti chiara, vale a dire quella di studiare “il concetto di forma” (Negri 1962, 1). Negri osserva che il concetto di forma non è mai stato chiarito in modo esauriente, sebbene la forma presenti caratteristiche analoghe in ogni sua campo di applicazione (estetica, logica, economia, etica, storiografia, sociologia, politica, diritto); curioso notare che un’affermazione analoga si trova in Adorno, a proposito della nozione di forma artistica (Adorno [1970] 2009, 188). Un modo per farlo, questa la tesi argomentativa che motiva l’oggetto della ricerca, è concentrarsi sull’emergere di forti tendenze orientate alla forma, come nel caso dell’emergere dell’atteggiamento formalista in filosofia. C’è inoltre una congiuntura storica particolarmente favorevole, a detta di Negri: l’imporsi del formalismo nel contesto della filosofia del diritto a cavallo tra diciottesimo e diciannovesimo secolo avrebbe delle forti analogie con l’emergere del formalismo nel pensiero del Ventesimo secolo. In ambedue i casi, infatti, si verifica una crisi di un paradigma egemone che dà, come risposta, l’emergere del formalismo. Il formalismo, che si potrebbe riassumere nel principio per cui la forma ha un valore meta-storico e assorbe al proprio interno ogni fonte giustificativa dell’esistente, rappresenta allora un modo per risolvere una crisi paradigmatica, riassorbendo in sé le tensioni che l’avevano generata.
Vediamo però nello specifico come si definisce questo formalismo nel contesto dell’elaborazione kantiana. Negri prende in considerazione un gruppo di testi piuttosto ampio: oltre alle tre Critiche, insiste decisamente sulla Metafisica dei costumi, sulla Fondazione e sugli Anfangsgründe della dottrina del diritto. Il diritto, nella lettura negriana, ha una specificità forte che lo rende un caso esemplare, vale a dire la sua tendenza a sintetizzare astrattamente l’umano e in questo capo il formalismo corrisponde dunque a “quella concezione che fa del diritto una forma costante rispetto ad un contenuto variabile” (Negri 1962, 3). Ciononostante, l’emergere del formalismo in Kant è visibile in special modo, e forse con una intensità esplicativa eccezionale, negli scritti critici, che sono di argomento notoriamente non giuridico. È da qui che Negri muove l’argomentazione ed è da qui che conviene iniziare per comprendere la natura dei problemi.
Andando direttamente al nocciolo argomentativo, Negri muove da una constatazione ampiamente accettata in sede storico-filosofica, vale a dire quella che intende la figura di Kant come sintesi risolutiva della disputa moderna tra razionalismo ed empirismo. Da un lato, c’è un pensiero che muove dalla constatazione della presenza di un principio razionale che governa l’ordine mondano; dall’altro, si trova la tendenza a concepire la conoscenza come frutto della sola esperienza. Kant, mediante il concetto di trascendentale, opererebbe una sintesi dei due atteggiamenti, riconoscendoli come reciprocamente mediati e isolatamente inefficaci. Si tratta della lettura, tra le altre, di Cassirer, che Negri cita abbondantemente. Fatte queste considerazioni, la posizione di Negri presenta però una specificità nel contesto delle interpretazioni e riguarda il modo in cui viene pensata questa operazione di sintetizzazione. L’opposizione tra razionalismo ed empirismo viene letta come interna a quello che Negri intende come pensiero moderno raziocinante, e che non è altro se non ciò che Hegel concepiva come intellettualismo moderno, figlio del principio del Nord. Questa opposizione sei e settecentesca si produceva in un dualismo il cui obiettivo era quello di riassorbire ogni residuo irrazionale all’interno del pensiero raziocinante e il fallimento di questo tentativo consisteva nel riprodursi continuo del dualismo e nell’ampliarsi dello spettro antinomico. È la crisi dell’illuminismo ciò a cui Negri allude, un ripresentarsi delle antinomie emerse quando si era trattato di analizzare Hegel, che si sostanzia nella produzione di antinomie sempre più involute nel tentativo di addomesticare l’irrazionale e ricondurlo alla forma della ragione. Il pensiero di Kant interviene in questo punto, o meglio presenta una specifica risoluzione di questa specifica dinamica, innestando un fondamento formale nella produzione del valore. La forma, infatti, viene riconosciuta tanto come condizione di possibilità della conoscenza, quanto come elemento costituivo delle categorie conoscitive e, con ciò, come l’unica fonte possibile di valore. Quelle dell’esperienza sono infatti delle forme a priori che ne segnano le condizioni di possibilità (e si trovano analizzate nell’estetica trascendentale della Critica della ragion pura), mentre le categorie costituiscono le relazioni entro le quali la conoscenza si produce (questa volta, oggetto dell’analitica trascendentale):
È sì vero che Kant elabora il concetto di forma nei termini di una metafisica soggettivistica, ma è ance vero che, a lato della forma, compare la materia nella sua irriducibilità alla forma ed al sistema, “irrazionale” che non può risolversi nel razionale […]. La “cosa-in sé” emerge qui, impone alla filosofia la sua esistenza, una dura realtà irrisolvibile nel calcolo formale della razionalità astratta (Negri 1962, 26).
Ciò che accade con questa svolta formalista della filosofia, però, non è semplicemente la risoluzione di un dualismo, bensì è la riproduzione del dualismo a un più alto livello. Se infatti il pensiero raziocinante moderno produceva il proprio dualismo alla luce dell’obiettivo di assorbire l’irrazionale all’interno della ragione, il formalismo kantiano ne sintetizza i poli, di fatto, espellendo l’irrazionale: riconosce l’irrazionale, dà all’irrazionale diritto di essere nominato, ma lo espelle dalla forma come condizione di possibilità della conoscenza e come costituzione delle relazioni valoriali. Ciò che ha luogo è infatti la produzione del noumeno, elemento extra formale che si situa al di là della possibilità di comprensione. Se dunque il pensiero raziocinante si polarizzava al proprio interno nel tentativo di assorbire l’irrazionale, il formalismo kantiano riconosce di fatto il diritto dell’irrazionale come ambito che si pone di contro alla possibilità della formalizzazione. Questa dinamica viene seguita nel percorso delle tre Critiche. Senza scendere nei dettagli dell’argomentazione, è importante sottolineare il modo in cui, nella lettura di Negri, la forma si produca sempre mediante un confronto con elementi conflittuali non strutturati, osservazione alla quale è associato il riconoscimento di un continuo riprodursi di ambiguità antinomiche. La risoluzione di Kant non è, infatti, per così dire risolutiva. Il problema della cosa in sé continua a ripresentarsi in modalità sempre differenti e la forma non riesce a mantenere saldo il proprio carattere. Si tratta di un continuo e nuovo innesto di materiale metafisico nella nozione kantiana di forma, il cui significato oscilla costantemente tra funzione di condizione e funzione costituiva senza specificarsi in modo definitivo.
La dinamica di formalizzazione e produzione dell’irrazionale si esprime in modo evidente nel contesto dell’etica. In questo contesto, infatti, “la formatività dissolve la materia etica creandola”, poiché il contenuto materiale stesso dell’etica è, in Kant, interno alla forma della legge, poiché è la legge morale – vale a dire una forma – a rendere possibile il bene come contenuto, non viceversa: “la forma intesse con la propria assolutezza il mondo della libertà, rende possibile a questo livello la compenetrazione di totalità e singolarità, supera ogni condizionatezza sublimandola nell’incondizionato della libertà” (Negri 1962, 49-50). In questa risoluzione, si riproduce nuovamente il dualismo, poiché “nel momento stesso in cui tutto è valore, nulla lo è più” ed è necessario, come sostiene Negri, un nuovo innesto di metafisica per reggere il sistema: “il problema della cosa in sé si ripropone dunque nell’etica kantiana: il tendenziale idealismo oggettivo voleva risolverlo, esso riappare invece a dire illusoria o contraddittoria siffatta soluzione”; detto altrimenti, “il tentativo kantiano di risolvere idealisticamente il problema delle antinomie etiche fallisce dinanzi alla nuova emergenza della cosa in sé” (Negri 1962, 51-53).
È in questo punto che si specifica l’importanza dell’attenzione al diritto e alla sorte che la ragione giuridica ha nel procedere del formalismo. Il diritto non è per Kant un elemento secondario, come voleva una tradizione argomentativa risalente a Fichte. Anzi, secondo Negri è nel diritto che le tensioni del formalismo emergono con più vigore, giusta la sua vicinanza al materiale sociale nel quale le antinomie si producono. La precedenza che viene data alle Critiche ha, per Negri, un significato di tipo argomentativo, non valutativo. Le antinomie prodotte nel contesto critico, di nuovo nell’opposizione tra condizione e costituzione, si producono qui nella determinazione della nozione di libertà, che viene presentata tal volta in modo costitutivo, vale a dire come autonomia, talvolta come condizione, vale a dire come indipendenza. Il primo significato ha un valore forte e definisce in positivo la libertà, il secondo ha un valore debole e la definisce in negativo come mancanza di impedimenti. Questi due piani della libertà continuano a confondersi l’uno con l’altro e a presentarsi l’uno come limite dell’altro. Volendone avere una rappresentazione chiara, si può dire che in Kant agiscono due esigenze: “quella teoretica di garantire la libertà individuale contro l’eudemonismo illuministico, quella pratico-politica di garantire la libertà individuale contro l’assolutismo illuminato” (Negri 1962, 71).
La dinamica che qui abbiamo seguito, seppure per sommi capi, mostra la propria rilevanza nel momento in cui Negri specifica quale sia, nei fatti, il rapporto tra irrazionale e razionale nel contesto del diritto. Il dualismo cosa in sé-conoscenza, prodotto in chiave critica, indica infatti nel diritto la propria origine sociale e storica, e questa origine sociale è dichiarata fin dal sottotitolo del volume sul formalismo: Studio sul problema della forma in Kant e nei giuristi kantiani tra il 1789 e il 1802. È il 1789 il tema fondamentale, vale a dire la Rivoluzione Francese e il problema di strutturare secondo formalità giuridica un conflitto che ha luogo nella materialità delle strade. La dottrina del diritto di Kant nasce infatti all’interno del “frastuono rivoluzionario” (Negri 1962, 63) ed è quel frastuono a riverberare il proprio boato all’interno delle astratte maglie del sistema. Detto in modo chiaro, la questione che a Negri sta a cuore nella produzione del formalismo kantiano riguarda quella che potremmo definire come una genesi extragiuridica del diritto. Il formalismo giuridico nasce con l’obiettivo di riassorbire all’interno della forma ogni elemento di legalità, demandando a essa, normativamente, la validità dei suoi istituiti. Ciò che Negri intende mostrare passando per uno studio del modo in cui questo processo si costituisce in Kant è che, lungi dall’essere formale, l’origine del diritto dipende da una spinta esterna alla forma stessa: il tumulto rivoluzionario per quanto riguarda il diritto, l’irrazionale, definito come cosa in sé, nelle critiche. Ciò che distingue il formalismo esemplificato da Kant dal pensiero raziocinante della prima modernità è che questo puntava ad anestetizzare l’irrazionale riconducendolo al razionale e si scindeva in un dualismo metodologico tra razionalismo ed empirismo, mentre quello proietta ogni validità sulla forma estendendone il dominio e produce un dualismo di livello superiore, quello tra razionale e irrazionale.
Insorgenze
Nella propria biografia, Negri si riferisce in diverse occasioni alla figura intellettuale di Carl Schmitt. La prima volta in merito alle lezioni tenute da Umberto Padovani nei primi anni Cinquanta all’Università di Padova (Negri 2015, 64); la seconda in merito ai suoi studi successivi, quando lavorava intensamente sullo storicismo tedesco, in merito al ruolo di Schmitt nella critica del diritto (Negri 2015, 141). Ricordare la conoscenza che Negri dichiara di avere di Schmitt già nei primi anni Cinquanta è importante per comprendere alcune spinte che stanno alla base della sua idea del formalismo giuridico. Si tratta infatti di un’operazione condotta in uno spirito particolarmente affine a quello di Schmitt. Ciò che si può desumere da un saggio come quello sulla Teologia politica è infatti una critica del positivismo giuridico, rappresentato tra gli altri dal lavoro di Hens Kelsen (Schmitt [1922] 1972, 27-86) che ha numerosi richiami nell’analisi negriana del formalismo giuridico, anche senza contare che proprio Kelsen è nominato da Negri nell’introduzione quando vengono menzionate le tendenze formaliste coeve (Negri 1962, 3). Schmitt, al pari di Negri, è interessato a mostrare in che modo il diritto fondi la propria legittimità al di fuori della propria sfera di giustificazione normativa, come esso non sia un sistema che si autodefinisce e autolegittima, ma sia invece un costrutto che deriva dall’empiria e che si manifesta, nascondendo questa origine, mediante la propria formalizzazione. Nota è la tesi di Schmitt secondo cui “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione” (Schmitt [1922] 1972, 33), che è appunto uno stato che sfugge alla norma giuridica. L’interesse di Negri non è quello di un’analisi della sovranità, ma lo schema con cui analizza la produzione del diritto è analogo e chiama in causa il frastuono rivoluzionario e l’emergere dell’irrazionale.
Occorre notare come Negri legga questa dinamica attraverso una categoria che non tematizza in modo esplicito, ma che ha già un nome che riecheggerà poi nel pensiero negriano, vale a dire quello di “insorgenza”. Si legge nell’Introduzione: “Dinnanzi al totalitarismo speculativo, caratteristico della metafisica ottocentesca, esplodeva l’irrazionale, insorgeva cioè quello che non poteva essere compiutamente concluso in quell’orgoglioso ideale di ragione, quello che era ad esso irriducibile” (Negri 1962, 2). Analogamente, questa dinamica si mostra nello scontro, già menzionato, tra libertà come autonomia e libertà come indipendenza: la libertà come autonomia, espansiva e radicale, viene imbrigliata formalisticamente dalla libertà come indipendenza, che riflette le esigenze economiche della nuova classe sociale che stava imponendo il proprio dominio, vale a dire la borghesia. Rispetto all’antinomia tra libertà come autonomia e libertà come condizione che si riscontra nel formalismo kantiano, Negri afferma che questa contraddizione non va semplicemente giustificata, ma occorre ricondurla al suo piano genetico, che è poi quello storico:
Laddove la lotta democratica rivoluzionaria si scontra e smorza le sue pretese di fronte al crescere di un nuovo ordinamento borghese che, nel dogma dell’indipendenza economica del cittadino imprenditore, imbriglia ogni sua possibilità di ulteriore sviluppo. La rivendicazione di un ordine democratico viene meno – non senza motivo, date le condizioni di sviluppo della società tedesca –, dinanzi alle necessità di consolidamento e di assestamento della nuova borghesia liberale (Negri 1962, 71).
La forma, concetto al quale Negri si dedica in questo scritto, mostra dunque qui tutta la sua portata: si tratta della struttura che ospita, legalizzandola, la componente che insorge, si tratta della maniera in cui la razionalità rende comprensibile, condivisibile e scambiabile l’irrazionale. Proprio in questa dinamica, si esplicita la rilevanza che questo studio sul formalismo kantiano ha nella biografia di Negri.
Questo intervento ha preso le mosse da una constatazione che riguardava la specificità della posizione di Negri nel contesto del marxismo novecentesco. Giova richiamare le due tesi attorno alle quali era stata individuata questa specificità: a) la tendenza a individuare una figura che esprima senza residui il conflitto sociale, concepito come lotta di classe; b) l’impostazione interpretativa secondo la quale la strutturazione dei processi di produzione corrisponde a una reazione, tendenzialmente repressiva, a una conflittualità che muove da ciò che mediante quei processi viene strutturato, cioè dalla forza lavoro. Ecco che dovrebbe risultare chiara la ragione per cui gli studi sul formalismo giuridico rappresentano un caso così rilevante per la genealogia delle posizioni di Negri: esprimono, dal punto di vista di uno studio meditato sui classici, un impulso teorico genetico che si è sviluppato poi in una teoria politica dai tratti decisamente più definiti, la cui peculiarità nel contesto del marxismo è riconducibile proprio a questo nucleo problematico iniziale: la strutturazione formale dell’insorgenza irrazionale.
Chi scrive è convinto che, a questo proposito, la ricerca abbia ancora numerosi punti da illuminare. Il modo in cui è stato impostato il discorso tende a collocare Negri in una posizione specifica del panorama filosofico novecentesco, vale a dire all’interno di quell’orizzonte problematico che si è trovato a dover riformulare il pensiero attorno al fondamento. Si tratta ovviamente di una fetta enorme del pensiero del Ventesimo secolo e corrisponde a buona parte della filosofia che non è stata riassorbita nel paradigma dell’analitica; si tratta di quegli autori che hanno pensato l’oggetto del pensiero filosofico come qualcosa di non concettualmente rappresentabile se non a costo di un travisamento, ma che hanno allo stesso tempo sentito l’esigenza di rivolgersi a esso, sebbene il pensiero abbia come proprio strumento nient’altro che la concettualità, cioè lo strumento che oblia, o nasconde, quell’oggetto. I termini nei quali ho posto la questione fanno pensare immediatamente al modo in cui Heidegger concepisce la metafisica quale pensiero che pensa l’essere come ente e che, con ciò, lo oblia; ma si potrebbe anche chiamare in causa la nozione di regola in Wittgenstein, la sua tematizzazione dell’indicibile, oppure il modo in cui Adorno concepisce il non-identico. Negri si situa all’interno di questo orizzonte: la forma, la formalizzazione, la costituzione, lo stato sono delle strutture che rispondono a un’insorgenza materiale di libertà; ma questa insorgenza di libertà è conoscibile solamente grazie alla reazione formale che essa genera.
Una domanda che, in proposito, la ricerca potrebbe porsi riguarda le ragioni per cui Negri, che con le sue parole era “stato comunista prima che marxista” (Negri 2015, 124), si sia rivolto a Marx; le ragioni di un incontro così fecondo e allo stesso tempo così problematico come quello tra un pensatore rivolto a tematizzare l’insorgere materiale della libertà nel contesto della sua istituzionalizzazione con il grande teorico della dialettica materialistica. Si potrebbe in questo senso rimeditare il fecondo studio di Spinoza avvenuto dopo il 7 Aprile, i lavori su Leopardi, sul suo materialismo e sulle influenze sensiste. In questo senso, l’indirizzo della ricerca è quantomai aperto, in questo spazio fragile in cui Negri non è ancora un classico ma si appresta a diventarlo, proprio mediante l’interpretazione.
Riferimenti bibliografici
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English abstract
This paper explores the emergence of legal formalism in Kant's thought, focusing on its implications for legal philosophy and the interplay between the rational and irrational. Negri examines Kant's resolution of the rationalism-empiricism dualism, where "form" is essential for knowledge but excludes the irrational. The main theme addresses how law, as a "constant form" contrasts with mutable historical and material contents. Kant structures law as a system absorbing conflict into an abstract legal form, but Negri argues this process is less "formal" than a means to manage the irrational, which cannot be fully contained by reason. Negri’s analysis highlights law’s extrajuridical genesis, shaped by social and historical dynamics, such as revolution, revealing law’s connection to material conflicts. His study of Negri’s views on law and freedom, particularly through the lens of Carl Schmitt, shows the tension between formalism and insurgency, which, while irrational, can be understood through formalization.The text concludes by positioning Negri’s critique of legal positivism within the broader philosophical discourse, engaging with Marx, Spinoza, and Leopardi, to explore the relationship between material freedom and its institutional forms.
keywords | Antonio Negri; Kant; Hegel; Formalism; Insurgencies.
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Per citare questo articolo / To cite this article: M. Farina, La forma dell’irrazionale. Negri lettore di Kant, “La Rivista di Engramma” n. 221, febbraio 2025.