Architetture e spazi a tempo di rock. Pink Floyd e dintorni
Presentazione di Engramma n. 167, luglio/agosto 2019
a cura di Mattia Biserni, Michela Maguolo
English abstract
È possibile immaginare nuove forme dell’abitare urbano a partire dal rock? Non solo forma musicale, non solo espressione culturale, il rock è un modo di pensare, di guardare il mondo, metterlo in discussione, scuoterlo e trasformarlo. Engramma 167 ne ha esplorato il rapporto con i luoghi, la dimensione architettonica e spaziale, che necessariamente diventa sociale e politica. L’occasione è stato il trentennale dell’indimenticato concerto dei Pink Floyd in Piazza San Marco a Venezia del 15 luglio 1989, quando la città fu stravolta da sonorità per lei inedite e invasa da una folla inimmaginabile, ma prevedibile, di giovani accorsi per essere parte di un evento che già prometteva di entrare nella storia. Organizzato per la festa del Redentore che, dalla fine della peste del 1576, continua a essere celebrata con una notte di banchetti, luminarie e fuochi d’artificio, il concerto, gratuito, costrinse Venezia a fare i conti con la propria storia e con il suo ruolo nel mondo contemporaneo, tra moderno e post-moderno. Oggi, con la città accessibile a pagamento, ritornare su quell’episodio è un invito a riflettere su cos’è una città, come la si abita.
Se al centro del numero c’è il concerto del 1989, l’apertura è dedicata a un altro momento fatidico nella storia del rock, il festival all’isola di Wight del 1970 (The Last Great Event. Isle of Wight Festival, August 26th-30th, 1970. Un racconto per immagini), con un’altra invasione, quella dei sei-settecentomila ragazzi e ragazze che si riversarono nella piccola isola sul canale della Manica per assistere all’“ultimo grande evento del rock”. “Con i loro corpi e la loro musica – dicevamo nell’Editoriale del n. 167 – trasformano lo spazio per un attimo breve – un tempo che però basta a imprimere una modifica profonda nell’immaginario, destinata a lasciare un’impronta su quei luoghi e su quel tempo: un cambio di percezione, di estetica, di senso della vita, la cui onda lunga, a cinquant’anni di distanza, non si è ancora esaurita”.
Altrettanto viva, nel ricordo come nel dibattito politico e culturale veneziano, è la notte veneziana dei Pink Floyd che Sara Marini in Effimero veneziano. Lo stesso spazio, una notte, molte cornici (Pink Floyd, Venezia 15 luglio 1989) analizza attraverso tre cornici: la storica, per la diffusione televisiva in mondovisione, compresi i paesi del blocco sovietico del quale pochi mesi dopo inizierà il crollo; la socio-urbanistica, che definisce l’uso della città storica, questione che solleva un dibattito che prosegue senza sosta ancora oggi nella letteratura scientifica, nei dibattiti politici, nella cronaca veneziana e internazionale; infine quella del dibattito architettonico, su cui il saggio si concentra, “che sancisce la temporanea conformità di campo tra architettura effimera e postmodernità, forse proprio quella notte decreta la fine del ludico e dell’era post inaugurata dalla Strada Novissima, set urbano allestito nelle Corderie dell’Arsenale nel 1980, affermando un’altra dimensione della modernità, dove tutto è reale”.
Evocando il famoso brano dedicato dal gruppo veneziano dei Pitura Freska al fatidico concerto, Giacomo Maria Salerno, con Persi par persi, ’ndemo a consolarse”. Uno sguardo ‘terzo’ sul concerto dei Pink Floyd a Venezia, indaga l’esistenza di una terza posizione, rispetto alle polemiche emerse tra conservatori e innovatori, che guarda “agli usi che si possono fare della città, specie rispetto alle moltitudini urbane che, emarginate dalla città storica, possono ritrovare in quel concerto il ricordo e l’esempio di una “libertà ancora praticabile”: di fronte all’occupazione capillare e permanente da parte del dispositivo spettacolare e turisticizzante della città, che implacabilmente sottrae spazi alle forme dell’abitare e agli usi non normati, l’occupazione temporanea degli spazi urbani da parte del pubblico degli eventi rock diventa modalità di appropriazione della città da parte della vita quotidiana.
English abstract
This presentation revisits “Architectures and Spaces in the Time of Rock: Pink Floyd and Beyond” (Engramma, no. 167, 2019), exploring the relationship between rock music, urban space, and architectural imagination. Moving beyond its musical dimension, rock is considered as a cultural and political force capable of reshaping perceptions of place, collective experience, and modes of inhabiting the city. The issue takes as its starting point the thirtieth anniversary of the legendary 1989 Pink Floyd concert in Piazza San Marco, an event that temporarily transformed Venice through the presence of an unprecedented crowd and a global media audience. By placing this episode in dialogue with other landmark moments in rock history, such as the Isle of Wight Festival, the presentation examines how large-scale musical events produce temporary spatial occupations that leave lasting marks on urban imaginaries. Particular attention is devoted to the Venetian case, where debates surrounding the concert continue to inform discussions about heritage, public space, tourism, and the uses of the historic city. Rather than framing the event solely through the opposition between conservation and innovation, the presentation highlights its significance as a moment of collective appropriation of urban space, revealing how ephemeral gatherings can generate alternative forms of citizenship and urban life. Revisiting the Pink Floyd concert today, in an era of increasing regulation and commodification of access to Venice, offers an opportunity to reflect on the meaning of the city as a space of encounter, freedom, and shared experience.
keywords | Rock Culture; Urban Space; Venice; Temporary Urbanism.
questo numero di Engramma è a invito: la revisione dei saggi è stata affidata al Comitato editoriale e all'International advisory board della rivista
Per citare questo articolo / To cite this article: “Architetture e spazi a tempo di rock. Pink Floyd e dintorni”. Presentazione di Engramma n. 167, luglio/agosto 2019, a cura di Mattia Biserni, Michela Maguolo, “La Rivista di Engramma” n. 234, primavera/estate 2026.