"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

237 | luglio 2026

97888948401

Arguzia e ironia, disinvoltura e sprezzatura

Una visita a Jim Stirling in un momento intermedio della sua carriera, purtroppo tragicamente interrotta

John Maule McKean, traduzione e cura di Renato Bocchi

English version
||| English abstract |||

Nel 1979 il critico scozzese John M. McKean, a quel tempo attivo all’Architectural Association di Londra, pubblicò in due puntate sul settimanale “Building Design”, un profilo di James Stirling, frutto di una visita-intervista nel cuore dello studio che condivideva con il partner Michael Wilford - in una fase cruciale della sua carriera, ormai riconosciuta a livello internazionale. A distanza di quasi cinquant’anni da quella pubblicazione, John McKean ci ha offerto di pubblicare una sintesi di quell'articolo, dal quale emerge vividamente l’ironia innata di Jim Stirling anche come cifra della sua architettura.

Nell’agosto del 1979, quando la carriera di James Stirling stava cambiando marcia, con rinnovata fiducia, Stirling mi invitò a discutere della, fino ad allora quasi sconosciuta, maniera moderna, in voga in quegli anni. Così, quasi mezzo secolo fa, il mio lungo profilo occupò due numeri della rivista settimanale londinese “Building Design”. Negli anni successivi ho cercato di descrivere il concetto di ‘sprezzatura’ agli inglesi, interpretandolo come “cercare molto facendo sembrare che non si stia cercando affatto”. James Stirling ne era un maestro. Ora, nel 2026, concentrandomi sull’arguzia e l’ironia di Stirling, sulla sua disinvoltura e sprezzatura, offro qui alcuni estratti di quel mio resoconto storico, da una lontana linea del fronte.

  • * * *

Dalle occasionali dichiarazioni pubbliche di Jim Stirling fino alla nuova carta da lettere – che ora (nel 1979) abbandona la semplicità del solido ‘moderno’ sans serif, rimpiazzandolo con un elegante, classico, serif inciso, giustificato al centro, come se fosse la carta intestata di un banchiere o un cardiologo di buon gusto – dai disegni alle parole, scelte con cura quando stampate o anche solo pronunciate, e naturalmente nella loro architettura …, tutto è raffinato da un affilato senso dell’ironia.

Perfino se ci fosse Ben Jonson a dipingere squisite immagini fotorealistiche dei loro dettagli, chi altri acquisterebbe questa superba magia colorata all’aerografo per poi appenderla accanto all’enorme foto su cui si è basata, in mezzo a disegni di progetto dello stesso edificio splendidamente incorniciati?  Chi altri, a dire il vero, realizzando disegni da presentare a una mostra (alla RIBA Heinz Gallery, 1974), li intitolerebbe con caratteri tipografici antichi e li incornicerebbe come se fossero usciti impolverati dalla sala delle stampe del British Museum? 
Chi altri (un ultimo sguardo) pubblicherebbe le cinque torri di Le Corbusier a Buenos Aires, senza didascalia, come se facessero parte del loro progetto Siemens AC?

E se la godono apertamente. “Qui assomiglia sempre di più alla Soane’s House”, mi mormora Stirling mentre scendiamo oltre il suo Monk’s Yard. Passiamo le enormi diapositive a colori cortesemente donate dopo una mostra al Museum of Modern Art e, con innocente piacere, brillantemente retroilluminate quando sono attesi dei visitatori. In mezzo a modelli che formano una sorta di palazzo delle memorie, la Facoltà di Storia di Cambridge è appesa senza base (a ricordo dell'assonometria vista dal basso che rubò a Choisy e fece sua), illuminata dall'alto attraverso il tetto, come un alone sopra la fotocopiatrice. Su una parete dell'ufficio, tenuti insieme da nastro adesivo, quasi per caso, ci sono cinque disegni esecutivi dei prospetti per Stoccarda. Una galleria ha già cercato di acquistarli, dice Stirling con un’alzata di spalle, perché la gara d’appalto per la costruzione dell’edificio s’è appena avviata.

Ma non è così semplice: questi disegni, scopro, sono appena tornati da una mostra a Dortmund. In proiezione obliqua verticale, con contorni a inchiostro e tratteggi di matita colorata finemente realizzati, sono immagini squisite e complesse. Disegnati, dice Stirling con un'espressione impassibile, per spiegare i dettagli al cliente.

Questo tipo di “assonometria verticale”, una proiezione raramente utilizzata dagli architetti, piaceva molto ai pittori cubisti, con la sua negazione dello spazio pittorico e la sua enfasi sul piano del dipinto. “Per fortuna”, dice Stirling interrompendo i miei pensieri, “i clienti qui sono architetti che apprezzano la lettura di disegni interessanti”. Vivere con il tocco di Mida è un’arte che nessun altro sa praticare così bene. È già abbastanza brutto, dopotutto, sentirsi definire da Philip Johnson l'architetto più importante della propria generazione.

I miti, si sa, hanno noccioli sempre più duri. La famosa torta di compleanno di Stirling, una colonna scanalata troncata con la scritta JS in cima, è stata ricostruita in legno e ricoperta di marzapane da uno specialista. Si deteriora silenziosamente in una teca di vetro sotto un drappo nero. Il celebre pranzo di Stirling con la Regina – quando, non riconosciuto, fu costretto a ritirarsi da Buckingham Palace e descrivere per telefono la sua camicia blu, la cravatta di cotone blu e così via - viene riproposto quotidianamente nel suo abbigliamento immutabile. Quando il Presidente tedesco e il suo seguito nel Baden-Württemberg porranno la prima pietra del museo di Stoccarda, il 6 settembre 1979, essa coprirà una bara contenente una camicia blu.

Ma, sotto tutto questo, c’è una base reale; e senza di essa, lo stile sarebbe fragile e superficiale. E la base è questa: loro stanno costruendo veri edifici. E i progetti si stanno moltiplicando via via. Per uno studio così abituato a progetti falliti o abortiti – seppur acclamati dalla critica – questo è un vero toccasana.

Parallelamente, tuttavia, e sicuramente in relazione a quanto sopra, i progetti di questi ultimi cinque anni hanno offerto una visione dell'architettura radicalmente diversa da quella con cui Stirling (con e senza Gowan) ha ottenuto i primi riconoscimenti internazionali.

Una delle pochissime valutazioni critiche che lo studio ha ricevuto di recente (da Craig Hodgetts su “Design Quarterly”, 1976) sosteneva che il Padiglione Philips di Le Corbusier a Bruxelles fosse stato un modello per Stirling negli anni Sessanta. Sapendo che Philips è quasi interamente opera di Xenakis, all'interno dell’atelier di Le Corbusier, mi sono inevitabilmente ritrovato a speculare sulla paternità dei progetti di Stirling. Stirling e Michael Wilford lavorano insieme da 20 anni e sono soci dal 1971. Oggi non solo sono gli unici sopravvissuti dai tempi di Stirling & Gowan, ma sono anche gli unici ad avere una memoria dello studio che risale a prima dell’ultima ondata di progetti, e sono profondamente coinvolti in ogni progetto.

Come mi ha detto uno degli attuali soci dello studio: “Jim, lui è il capo; alla fine, la sua è l’ultima parola. E spesso era la prima…”. “Tutte le decisioni”, ha osservato Stirling con un tono un po’ più deciso, ma comunque molto pragmatico, “sono in definitiva prese da Michael e da me”.

Nel pieno dell'inverno 1978/79, sia il British Government (DOE) che l’Università di Harvard hanno visitato ogni edificio progettato da Stirling e parlato con ogni cliente. È stata un’indagine rigorosa. Entrambi gli enti gli hanno ora offerto degli incarichi.

Quando di recente fu annunciato il suo incarico per la Tate Gallery, Stirling prese in seria considerazione un’azione legale, leggendo una nota sarcastica circa le infiltrazioni d’acqua nella sua Facoltà di Storia a Cambridge. In realtà non si erano riscontrate perdite per otto anni. Eppure questo è tutto quello a cui si è riusciti a pensare per parlare dell'architetto più famoso in Europa e in America oggi, che per puro caso è britannico e finalmente ha l’opportunità di ottenere un incarico nel suo stesso paese.

[...]

Oggi nello studio i Passagen di Geist giacciono su un tavolo, una giovane osserva un libro sulla Malcontenta di Palladio. Specchi, candelabri, ritagli. Sulla parete dell’ufficio dei partners, il biglietto da visita di un Corbu fin troppo giovane – “per Jim” – è datato 1965. E Stirling, alla sua scrivania di fronte, messo da parte il grosso volume di briefing per Harvard, disegna intensamente, riempiendo con minuscole penne a sfera blu e rosse un foglio A4 con le prime idee per il Fogg: quell’edificio che presto sorgerà accanto al Carpenter Center di Corbu.

Stirling ora ha più lavoro che mai. Con nostra vergogna, praticamente nessuno in Gran Bretagna. Suggerisce che i clienti europei, e ora americani, siano più esigenti. Lo intende sul serio, e non solo ironicamente. Fu all'inizio di quest’anno, il 1979, che per la prima volta Stirling e partners furono inclusi nella rosa dei candidati per un lavoro negli Stati Uniti: alla Princeton University.

Dopo il centro-città di Derby, ampiamente pubblicizzato, e i vasti concorsi Siemens – entrambi persi dallo studio ma che diedero occasione al grande pubblico di conoscere la mente straordinariamente fertile di Leor Krier – ci fu il piccolo progetto ‘contestualista’ per il St Andrews’ Arts Centre e l'importante sede centrale di Olivetti a Milton Keynes. Entrambi i progetti, tuttavia, fallirono nel 1971 per mancanza di fondi.

E con nient’altro in programma, i primi anni Settanta divennero un periodo di dolorosa magra, sbloccato solo nel 1975 con gli inviti per i due concorsi di musei in Germania. Là emerse un vocabolario di forme architettoniche forti, volte a rafforzare le caratteristiche particolari del sito e del contesto esistente. Vi compaiono le forme della piazza e del colonnato, del giardino a tamburo, dello ziggurat e della rampa. Hanno fatto molta strada rispetto a un’architettura generata dalla sensibilità strutturale o dalla funzione meccanicistica. L’edificio di Düsseldorf era brillante, estremamente originale e raffinato; ma era anche riconoscibile, in qualche modo nuovamente accessibile: un progetto vincente. Benché avesse perso il concorso, Stirling risultò il vincitore morale. Infatti, portò all'invito a partecipare e poi vincere il concorso per la Staatsgalerie di Stoccarda.

Qui iniziò una nuova articolazione del linguaggio. Stoccarda è di grande importanza, perché soltanto qui queste parole fondamentali sono enunciate con precisione. Qui Stirling e Wilford hanno iniziato veramente a lavorare sul sito, ed è la cura meticolosa per ogni dettaglio, la precisione, che contribuisce alla costruzione di questa nuova architettura.

Stirling è particolarmente divertito nel mostrarmi le prese d’aria molto utilitaristiche per il parcheggio sotterraneo: Herausgefallene Steine, come è etichettato il disegno esecutivo.

Il classico podio in muratura, con le sue fasce di arenaria, travertino e granito, andrà lentamente in rovina: i grossi blocchi caduti lasceranno occasionali buchi oscuri. Chiaramente si tratta di una struttura in cemento armato con rivestimento in muratura. Il rivestimento si estende intorno alle rovine così rivelate, ma rimane visibilmente un rivestimento. A un certo punto si ispessisce a suggerire un blocco mezzo staccato, mentre blocchi solidi di travertino e arenaria giacciono accanto, semisommersi nel terreno. (Il tocco di Mida riappare: “questi blocchi sono saldamente ancorati a una base di cemento – mi sussurra tranquillamente Stirling – altrimenti qualcuno se li porterebbe via...”). Poi notiamo che due di queste “rovine” casuali sono perfettamente simmetriche, specularmente. Assolvono perfettamente alla loro funzione; e lo fanno “invisibilmente”. Ma questa nuova “invisibilità” è diversa dalle porte delle uscite di emergenza usate a Leicester, in metallo rivestite di piastrelle rosse, destinate a perdersi in un muro di piastrelle rosse: per quanto fosse pure là un tocco assai ironico. Oggi questa soluzione aggiunge ricchezza, sfruttando il vocabolario con una retorica rinnovata e sicura di sé; che è fondamentalmente architettonica.

La recente sensibilità profondamente contestualista di Stirling – cominciata con St. Andrew’ Arts, il cui piano di stitazione fu addirittura concepito come se fosse stato disegnato da Giambattista Nolli a metà del secolo XVIII - va di pari passo con un senso opposto di grande massa e potenza, confrontandosi con un contesto più o meno vergine.

Finora queste ultime soluzioni – dalle sedi non realizzate di Dorman Long, Olivetti e, soprattutto, Siemens – fino al recente Doha Government Centre (Qatar), al Centro della Regione Toscana (Firenze), poi all’Istituto di Biologia di Teheran e al progetto AG P F Zentrum della Bayer, non hanno ancora ricevuto molta visibilità o suscitato dibattiti. Stirling si astiene sulla questione, preferendo che io non li approfondisca ulteriormente in questo preciso momento. Saranno progetti rivelatori, quando saranno svelati più a fondo.

Ma il primo filone contestualista (che ancora una volta non può lasciar dimenticare l’influenza di Leon Krier negli anni della loro collaborazione) è stato ampiamente commentato. Düsseldorf, Colonia; Stoccarda, naturalmente, e poi la piccola Dresner Bank, realizzata con cura, seppur con un pizzico di irriverenza. Nonostante avesse ottenuto tutte le approvazioni, quest’ultima opera è stata bloccata dalle proteste del pubblico.

[...]

Quando Rice stava scegliendo il suo architetto, all’inizio di quest’anno, vennero stabiliti tre criteri: volevano un architetto illustre, legato all’università e, infine, che “mostrasse ottime abilità nel progettare un nuovo edificio in un contesto storico o esistente, realizzando il passaggio in modo elegante”. “Stirling”, disse Harvard lo scorso mese, presentando la commissione, è “chiaramente esperto nell’intrecciare il suo design dichiaratamente contemporaneo al tessuto esistente delle aree urbane in modo che il risultato finale sia più forte e coerente di prima”. Una frase coraggiosa. Credo che sia proprio così, per l’appunto, e che Rice avesse fatto bene a scegliere Stirling in base ai criteri stabiliti. Ed è coraggioso che Rice, come Harvard, abbia omesso di aggiungere che finora questi risultati siano stati raggiunti solo sulla carta.

Ma anche se non ancora messo in opera, questo nuovo approccio è ormai largamente riconosciuto. Il progetto della Dusseldorf’s Grabbe Platz a Colonia e la reintegrazione dello spazio interstiziale tra la cattedrale, la ferrovia e il fiume, furono esercizi originali. Nonostante siano il frutto di concorsi museali, la collocazione di opere d’arte costituiva una parte relativamente marginale della ristrutturazione urbana proposta.

Stoccarda, forse, fa da collegamento tra la dimensione contestuale e quella monumentale. “Questa non è architettura moderna! Questa è architettura monumentale”, ha gridato Benisch in un attacco violento nel corso di un incontro pubblico formale a Stoccarda. “Certo che lo è”, risponde Stirling. E deve essere così. Vuoi vedere che siano la cultura profonda, espressa in modo disinvolto, il suo umoriso e l’ironia a far infuriare così tanto Herr Benisch?

Quindi ora si sviluppa una certa lingua classica. C’è la forza evidente della simmetria e della direzione; compaiono la marche (nel senso di successione di spazi) e il poché, entrambe parole di derivazione Beaux Arts. C’è il portico, con una forza ben lontana dallo scherzo “ionico” di Venturi. L’arco e la chiave di volta si aggiungono – e non è certo una coincidenza che un prospetto sia in uno stile di disegno che rimanda fortemente allo stile di Michael Graves, un architetto che pare attualmente ossessionato da questo particolare vocabolario. A ogni buon conto, la chiave di volta manierista di Stirling si sposta quanto basta verso il negativo. Circa cinque anni fa, Graves (il cui stesso lavoro, all’epoca, era molto diverso), disegnò un minuscolo Jim Stirling che si grattava la testa in un angolo di uno dei suoi disegni; prese l’immagine da un disegno di Stirling (in realtà di Leon Krier). Graves poi mi disse che era sicuro che Stirling non avrebbe capito. Oggi non potrebbe più dirlo con certezza. 

Una delle immagini critiche più azzeccate dell’opera architettonica di Stirling era quella di una “semplice autorità tecnologica, finalmente addomesticata e comprensibile, collocata con la stessa disinvoltura di un aspirapolvere Hoover su un tappeto a pelo lungo”. Nonostante Craig Hodgetts abbia scritto quella brillante similitudine solo tre anni fa, oh!, quanto è chiaro che ormai non regge più! Stirling è unico, in un senso molto più profondo rispetto, per esempio, a Philip Johnson, nella sua capacità di essere al contempo genuinamente inaspettato e convincente.

È passato molto tempo da quando Colin Rowe, suo tutor trent’anni fa, descrisse la tesi di laurea di Stirling, che riprendeva elementi sia di Mies che di Corbu, come “decisamente scioccante per la sua manipolazione estremamente disinvolta delle derivazioni…”. Certo, Stirling ha spinto questo approccio ben oltre quanto Rowe potesse allora immaginare, ma sotto molti aspetti l’ultima serie di opere non rappresenta, in fin dei conti, un cambiamento così radicale. L’istinto drammatico, la giustapposizione disinvolta di linguaggi contraddittori: questo è lo Stirling più autentico.

Nel 1979 Jim Stirling elude l’intera gamma delle classificazioni critiche, dalla A alla Z e viceversa (o dal Moderno al Postmoderno e ritorno in un batter d’occhio), meglio di chiunque altro. Non è solo che il suo lavoro si sta evolvendo e arricchendo. È, in definitiva, che questa architettura ha stile.

English abstract

In 1979, Scottish critic John M. McKean, then active at the Architectural Association in London, published a two-part profile of James Stirling in the weekly journal “Building Design”, based on an interview conducted at the studio Stirling shared with partner Michael Wilford during a pivotal phase of his career. Nearly fifty years later, McKean revisits that report, focusing on Stirling’s wit, irony, ease and sprezzatura. Excerpts trace the studio’s pervasive irony – from notepaper to exhibited drawings – the Stuttgart Staatsgalerie’s “ruined” masonry veneer and Herausgefallene Steine air vents, the Düsseldorf and Cologne museum competitions, and the new Harvard Fogg commission alongside Corbusier’s Carpenter Center. Anecdotes such as Stirling's marzipan birthday cake and his encounter with the Queen are also recalled, alongside the two strands of his recent work – contextualist and monumental – and his evasion of fixed classification between Modern and Post-Modern. 

keywords | James Stirling; Sprezzatura; Neue Staatsgalerie Stuttgart; Postmodernism.

Per citare questo articolo / To cite this article: John Maule McKean, Renato Bocchi, Arguzia e ironia, disinvoltura e sprezzatura. Una visita a Jim Stirling in un momento intermedio della sua carriera, purtroppo tragicamente interrotta, “La Rivista di Engramma” n. 237, luglio 2026.