Progetto Mnemosyne:
prototipo per una mostra sull'Atlante di Aby Warburg

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A Madre di vita e di morte
B Dioniso
C Ade

D Sacrificio
E Viaggio da Oriente a Occidente

F Schema Pathosformel
F1 fuga
F2 difesa
F3 supplica
F4 disperazione
F5 afflizione
F6 energia trattenuta
F7 aggressione
F8 afferrare per i capelli
F9 ratto
F10 vittima dilaniata
F11 morente o morto


Percorsi di lettura grafico-ermeneutici di tavola 5

Le letture grafiche e interpretative qui proposte sono l’esito del lavoro di analisi del seminario di Engramma sull’Atlante Mnemosyne.
La ricerca si appoggia anche alle note lasciate da Warburg (e successivamente raccolte da Gertrud Bing) ai singoli pannelli (note riprodotte in testa alla scheda).

Su tavola 5 sono tracciabili tre linee che disegnano, per fasce verticali, le aree tematiche principali del pannello: la Madre, Dioniso, Ade.

La Madre (percorso A), dea maga o mortale, potnia, è la potente signora che dà la vita ma assiste anche alla morte del figlio. E di questa morte può essere causa: morte simbolica (castrazione di Attis, figlio-paredro di Cibele) o morte reale (Penteo, Meleagro), può essere provocata involontariamente da un peccato di hybris (Niobe: la madre troppo orgogliosa che viene punita dalla divinità invidiosa; Agave) o può essere esecuzione diretta per mano materna (Medea, Altea).
Nella tavola compaiono tutte le figure del mito di madri volontariamente o involontariamente assassine: Cibele, Niobe, Medea, Altea, Mirra, Agave.

Dioniso (percorso B) è il dio che viene da Oriente, come straniero e porta il dono dell’oblio di sé, il dolce delirio della rinuncia al limite d’identità, l’ebbrezza delle sacre orge in cui è possibile dimenticare se stessi: maschio e femmina, cacciatore e preda, assassinio e vittima, riuniti nella figura doppia del sacrificio originario. Il dio che muore, sbranato nello sparagmos rituale dai Titani mentre gioca con la sua immagine riflessa in uno specchio, si presenta con dolcezza ma, scatenando le sue menadi, punisce ferocemente chi non riconosce la sua epifania. E così i suoi avversari diventano vittime perfette: sbranati dalle baccanti in preda all’enthousiasmos, diventano figure di Dioniso, fatti a pezzi in un sacrificio che ripete lo sparagmos originario e che solo onora il dio: Penteo, Orfeo, controfigure sacrificali della divinità offesa.

Nella tavola compaiono tutte le figure principali che nel mito si oppongono al culto di Dioniso. La punizione del dio è affidata a donne: madri fatte menadi, invasate dal dio. Madri come menadi. In questo senso, scrive Warburg, “alla menade è stata assegnata la funzione culturale e politica di levatrice”.

Ade (percorso C): il tema del sacrificio dionisiaco si interseca e si sovrappone al contesto funerario: o, per meglio dire, Dioniso confina con la morte e il suo profilo – maschera vuota – si confonde con quello di Ade. Recita il frammento di Eraclito: “Lo stesso dio sono Ade e Dioniso, per cui si scatena la follia e il delirio bacchico” (DK A 60). Dioniso – vita pulsante – contempla in sé naturalmente, per la sua essenza antinomistica, l’orizzonte della morte individuale. La vitalità dolce e verde, cruda e spontanea prelude all’abisso opaco e grigio di Ade: ma da quell’orrore, per il principio animale della rigenerazione, Dioniso promette un ritorno.

Nella tavola compaiono allusioni anche ai miti di ritorno dagli Inferi: dallo stagionale andirivieni dall’Ade di Kore/Proserpina, ai pochi personaggi del mito che tentano o, precariamente, riescono, a riemergere alla vita dall’inferno del niente almeno per qualche istante, per qualche ora; oppure a primavera. Nel pannello, accanto alle figure di Proserpina rapita in Ade, compaiono le immagini di Euridice, Adone, Alcesti e Protesilao che dall’Ade riescono a tornare.


Due altri possibili percorsi di lettura, trasversali rispetto ai tracciati A,B,C sopra proposti, raggruppano nella tavola le figure del sacrificio (percorso D) e della migrazione da Oriente a Occidente (percorso E).
Attori attivi o passivi di un sacrificio sono le figure mitiche dei Niobidi, di Medea, di Alcesti, di Penteo, di Orfeo.
Figure di un viaggio, misterico, simbolico e religioso-culturale, sono le figure di Cibele, di Medea, di Dioniso. Iniziata a Oriente, con l'immagine della dea madre che sta all’origine (il trono rupestre di Cibele: in apertura), la tavola finisce in Occidente, “talamo di Ade”, con l’immagine violenta del rapimento-stupro di Proserpina. Nell’incipit la fissità dell’icona, nell’explicit la violenza del movimento: che è vitale, prepotente, promessa di rigenerazione.

Le figure sono ritratte nel momento culminante della loro storia mitica, fissate nell’attimo della lotta, della difesa, dell’aggressione o del sacrificio.
Questo intreccio tematico – caldo, cruento, violento – si plasma in formule di pathos (schema F).
I soggetti mitici sono dunque proposti come “preformazioni”: non generici archetipi ma, anche, modelli posturali destinati a riemergere a distanza di secoli.
Il tema mitico si fa postura: soprattutto postura fobica (ad esempio di Mirra, dei figli di Niobe, di Proserpina). Perché nell’arte, ricorda Warburg: “Interviene tutto il furore della passionalità fobica, sconvolta dal mistero religioso e impegnata a formare lo stile”.
Pathosformel, quindi, della fuga e del terrore (F1); ma anche della difesa (F2), della supplica (F3), della disperazione (F4) e dell’afflizione (F5: “la dolente” che tornerà nella memoria d’Occidente come gesto topico della malinconia). Ma anche la posa in tensione dell’energia trattenuta (prima del gesto omicida (Medea: F6), la postura dell’aggressione (la menade: F7) e dell’afferrare per i capelli (F8), del ratto violento (Ade: F9); la posa aperta del sacrificio di una figura dilaniata, corpo già pronto allo sbranamento (Orfeo, Penteo: F10); e infine il corpo abbandonato del morto (Meleagro: F11).



Relazione con altri pannelli dell'Atlante
La tavola 5 ritrova nella 4, tra la “ninfa estatico-maniacale” (l’Arianna vaticana) e il “dio fluviale in lutto depressivo” (l’incisione con il Fiume Nilo), la postura del morente, sorretto dai suoi salvatori nel caso di Prometeo (il bassorilievo sullo specchio etrusco); poi, nei soggetti della tavola precedente, si rintraccia l’hybris punita di quest’ultimo e di Fetonte (nelle immagini dei sarcofagi romani); così come è anticipato il tema del ratto negli episodi mitici di Deianira (il mosaico romano) e delle Leucippidi.

Nella successiva tavola 6, invece (come indica Warburg stesso nel suo appunto) si protrae il tema del sacrificio attraverso la figura di Polissena: l’aggressione e la posa della difesa, un ginocchio a terra, le braccia impegnate a respingere e liberarsi (la stessa postura della lotta tra Licurgo, Orfeo, Penteo e le menadi), si ripete nelle figure di Cassandra e Aiace (sul bassorilievo di Villa Borghese), di Laocoonte e dei suoi figli. Si prolunga anche l’eco del contesto funerario, nelle immagini della Danza dei morti (la pittura parietale di Ruvo) e del cosiddetto ipogeo dei Fratelli; persiste il tema della Madre nelle immagini di Iside e Cibele (la pittura da Ercolano; la pietra votiva romana), ancora divinità in viaggio da Oriente verso Occidente.