"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

233 | aprile 2026

97888948401

Le anime nere

Il mito dell’eroe e le radici di un’egemonia

Nicolas Martino

Abstract

Leiji Matsumoto, Capitan Harlock, 1979.

In questo intervento proveremo a dimostrare come alcune icone dell’immaginario dell’estrema destra italiana, soprattutto quelle nate dagli anime giapponesi e dalla letteratura fantastica, affondino le loro radici nel mito dell’individualismo moderno che produce, allo stesso tempo, la figura dell’imprenditore capace di creare letteralmente il capitalismo attraverso l’ascesi intra-mondana, secondo la nota tesi di Max Weber, e la figura dell’eroe anti-moderno che resiste alla corruzione del mondo e combatte per difendere i valori di una società organica fondata sulla potenza simbolica della tradizione. Insomma, la cultura liberale e quella anti-liberale e tradizionalista, paradossalmente, nascono nello stesso momento e condividono lo stesso humus culturale e gli stessi miti tipicamente moderni, inventati dalla cultura romantica del XIX secolo. Nelle prossime righe proveremo a verificare la tenuta di questa ipotesi, ricostruendo brevemente la rivoluzione visiva determinata dall’arrivo degli anime giapponesi in Italia alla fine degli anni Settanta e il dibattito che ne seguì, per poi provare a delimitare i confini mobili dei miti dell’individualismo moderno.

Il 7 gennaio del 1979 Silverio Corvisieri, all’epoca deputato di Democrazia Proletaria e componente della commissione parlamentare di vigilanza Rai, pubblicava un articolo su “La Repubblica” in cui registrava, con un certo allarme, il successo di un nuovo fenomeno: gli anime, ovvero i cartoni animati, provenienti dal Giappone e sbarcati sulla televisione italiana alla fine degli anni Settanta. L’anno prima, in singolare coincidenza con i giorni del rapimento Moro, sul secondo canale della Rai era andato in onda il primo episodio di Ufo Robot e proprio sulla creatura di Gō Nagai insisteva l’articolo che ravvisava come questo programma che tanto successo stava riscontrando presso il pubblico dei giovanissimi celebrasse:

L’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del diverso. […] Goldrake [insisteva] deve sempre affrontare qualche nemico spaziale estremamente malvagio, che vuole invadere o distruggere la Terra e l’umana civiltà orrendamente tecnologizzata. È a lui che gli uomini si affidano come si faceva un tempo in Giappone coi valorosi samurai (Corvisieri 1979).

Che tipo di effetti potrà avere questo immaginario sui bambini? Che tipo di valori avrebbero finito per interiorizzare più o meno inconsapevolmente? Queste erano le domande che si poneva l’autore all’interno di un dibattito che in quegli anni avrebbe coinvolto anche testate di movimento come “Lotta Continua”, associazioni di genitori, intellettuali e pedagogisti, tra cui Gianni Rodari.

Soprattutto Rodari dalle colonne di “Rinascita”, il prestigioso organo politico-culturale del Partito Comunista, difendeva il fenomeno inserendolo dentro un’analisi profetica del passaggio d’epoca che, da un lato, vedeva tramontare l’egemonia della parola scritta a favore di mezzi di comunicazione nuovi come la televisione, e dall’altro conosceva la proliferazione di una nuova forma di “letteratura orale” in cui una “nonna collettiva” (la televisione) raccontava favole nuove come quelle di Goldrake, un Ercole moderno che “ogni volta ha una grande impresa da affrontare, la affronta e la supera” (Rodari 1980). Nessuna demonizzazione, dunque, ma un tentativo di comprendere il fenomeno. Sulla questione della violenza, del resto, Nicoletta Artom, all’epoca funzionaria Rai e responsabile della programmazione per i ragazzi, aveva ragione quando rispondeva a Corvisieri ricordando che altri cartoni animati e altri eroi “come Topolino, Tom e Jerry, Silvestro, il terribile Bunny (il coniglio) o Tweety (il canarino)” sono altrettanto se non più violenti di Goldrake (Artom 1979).

Il problema non era dunque la violenza, e neppure la discriminazione del diverso, visto che Actarus, il pilota del robot, era anche lui un alieno venuto da un altro pianeta a difendere la Terra da un’invasione, ma da alieno contro altri alieni. A ben vedere, Actarus era uno straniero, un migrante arrivato a bordo di una nave stellare, che difendeva il nostro mondo dall’invasione imperialista di una potenza straniera, quella delle truppe del malvagio Re Vega, autonominatosi signore dell’Universo. Uno straniero che non difendeva un territorio – né tanto meno un’identità – particolari, ma combatteva contro l’imperialismo di una potenza soverchiante per costruire l’impero galattico della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza. Insomma, si potrebbe leggere questo personaggio come un difensore del cosmopolitismo illuminista, fuori da ogni retorica identitaria che rifiuta e annienta il diverso.

Se si ripercorre la storia degli anime giapponesi (Raffaelli 2024) ci si accorge anche abbastanza facilmente di quanto sia diversificato l’immaginario al quale rimandano e come non si possa semplificare una storia complessa che procede in entrambe le direzioni: dal Giappone all’Europa e viceversa. In questi anime è contenuta la particolare tradizione culturale nipponica e anche il trauma della seconda guerra mondiale (le atomiche di Hiroshima e Nagasaki), ma allo stesso tempo attraverso gli anime il Giappone rielabora la storia e la tradizione europea restituendola attraverso il punto di vista del Sol Levante. In questo senso basterebbe ricordare Lady Oscar di Ryoko Ikeda che raccontava la Rivoluzione francese in chiave femminista, e Galaxy Express 999 di Leiji Matsumoto che raccontava, allo stesso tempo, il conflitto di classe e il sogno della vita eterna.

Sbagliava quindi chi, all’epoca, si affrettava a condannare i ‘cartoni animati giapponesi’, nella loro complessità, come violenti e strutturalmente fascisti. Ma in fin dei conti c’era anche qualcosa di vero nelle osservazioni di Corvisieri, visto che un anno dopo la messa in onda di Goldrake avrebbe fatto il suo debutto, sempre su Rai 2, un altro eroe disegnato da Leiji Matsumoto, Capitan Harlock, quasi subito diventato un punto di riferimento per i giovani della destra settantasettina e poi per quella degli anni Novanta di Meridiano Zero e, ancora dopo, per quella del XXI secolo di CasaPound. Non è un caso che nel 1981 sul quindicinale “Linea” fondato e diretto da Pino Rauti, all’interno della rubrica “Le ali della fantasy” curata da Gianfranco de Turris, uscisse un articolo intitolato Da Mazinga a Harlock e firmato con lo pseudonimo Giovanni Drogo (il protagonista del romanzo Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati), dove si poteva leggere che:

In Capitan Harlock, il pirata dello spazio che difende la Terra contro le Mazoniane, donne-pianta crudelissime, c’è da un lato l’esaltazione della vita libera e avventurosa, coraggiosa e audace, dall’altro la condanna dei politici vigliacchi, imbelli e traditori, attaccati alla poltrona, alla vita burocratica, tranquilla e pantofolaia, preoccupati della carriera, senza ideali eroici, avversari dell’avventura materiale e spirituale. Harlock, che raccoglie sotto la sua bandiera tutti gli insoddisfatti e li porta a combattere il nemico del genere umano, è, se vogliamo, un perfetto “fascista” nell’ideologia e nei comportamenti (Drogo 1981; Tarantino 2024).

Se non è vero che Ufo Robot lo si poteva definire fascista, essendo piuttosto figlio di quel cosmopolitismo rivoluzionario già ricordato, è invece vero che nel pirata dal mantello nero viveva quella forza del passato che, a partire dai controrivoluzionari francesi avrebbe affascinato tutta la cultura di destra, passando dalla Rivoluzione conservatrice del XX secolo fino ad arrivare al neoconservatorismo contemporaneo. Cosa c’era di vero, allora, nelle parole di Corvisieri e degli altri? L’insistenza su parole come “combattente” e “samurai” coglieva il punto centrale della questione che rimanda al mito dell’eroe e alla sua persistenza nella cultura moderna soprattutto a partire dal Romanticismo. È per questo che Capitan Harlock diventa un simbolo per l’estrema destra italiana a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, rimanendolo ancora oggi: perché incarna il mito dell’eroe che salva il mondo dal male, un mito profondamente radicato nella cultura europea e coltivato soprattutto dal Romanticismo nel XIX secolo. Come ha mostrato Furio Jesi nei suoi studi sul mito politico, simboli e figure dell’immaginario possono essere riattivati in contesti storici diversi funzionando come una vera e propria “macchina mitologica”, capace di produrre identificazioni simboliche anche quando il loro significato originario è stato in parte dimenticato (Jesi [1979] 2025).

Se il Giappone ha i samurai, il cui mito è stato raccontato nel 2003 dal film L’ultimo Samurai di Edward Zwick, l’Europa ha l’eroe come figura centrale della propria mitologia, dall’Ercole all’Edipo, dal Don Chisciotte al Faust, da Don Giovanni a Robinson Crusoe. Quello che qui vogliamo sostenere è che nel cortocircuito che si produce attraverso l’immaginario giapponese tradotto in italiano per un pubblico di giovanissimi, il samurai prende il posto dell’eroe che già il Romanticismo aveva celebrato come figura centrale delle narrazioni popolari e quindi “dello spirito”, come avrebbe detto Johann Gottfried Herder, di un popolo. Molto di più di Actarus che guida Goldrake o di altri anime, proprio il pirata nero finisce per incarnare alla perfezione il prototipo di una figura già presente nel nostro immaginario da molti secoli e reinventata nell’Ottocento con risultati ambivalenti. Se pensiamo agli eroi tipicamente moderni, ovvero a quelli della letteratura già citati, come il Faust e il Chisciotte, ci si accorge che questi sono caratterizzati quasi sempre dall’essere dei super-individui che vivono la loro avventura in una condizione di eccezionale isolamento. Lo stesso si può dire per il romanzo d’avventura pubblicato nel 1719 da Daniel Defoe e dedicato alle peripezie del naufrago Robinson Crusoe. Anzi, proprio quest’ultimo diventa il simbolo vero e proprio di quell’individualismo moderno che prima Marx e poi Weber indicano come struttura stessa della logica liberale e capitalista. Più che in Defoe è nelle riscritture e nelle riduzioni (le cosiddette ‘robinsonate’) del romanzo che ha conosciuto un crescente successo popolare, che ritroviamo l’idea di un uomo che riesce con le sue sole forze a ricostruire un mondo. Qui l’eroe di Defoe sembra quasi una anticipazione del credo neoliberista degli anni Ottanta riassunto nella famosa frase di Margaret Thatcher: “Non esiste la società, esistono solo gli individui”.

E gli altri miti moderni? In questo senso risulta particolarmente interessante ripercorrere l’analisi del critico letterario Ian Watt che smonta e rimonta il mito dell’individualismo moderno dimostrando come i grandi romanzi come il Chisciotte e il Faust, o anche il Don Giovanni, non fossero originariamente, quando ne erano state scritte le prime versioni tra il XVI e il XVII secolo, storie che celebravano il mito dell’eroe ma che, al contrario, testimoniavano contraddittoriamente la resistenza di una cultura comunitaria e pre-moderna all’emersione dell’individualismo umanistico rinascimentale. Nati in un clima controriformista (Watt 1998), questi personaggi finivano tutti per fare una brutta fine perché esprimevano una hybris che tradiva la dimensione collettiva fatta di regole condivise. Insomma, in tutte queste versioni del Cinquecento e del Seicento emergeva la lotta tra l’homo faber ipsius fortunae e la società comunitaria più antica e non ancora del tutto moderna. Sarà solo durante il Romanticismo, nel XIX secolo, che queste storie verranno letteralmente riscritte e rilette in chiave tipicamente moderna, mettendo al centro la figura dell’eroe individuale che titanicamente emerge dall’anonimato della dimensione collettiva per sottomettere il mondo e gli altri ai suoi progetti. Lo stesso vale per il romanzo di Defoe che, come notava intelligentemente Marx nei Grundrisse, diventa un simbolo per gli economisti classici solo nelle versioni rielaborate, ovvero le robinsonate. Nel dettaglio il critico inglese sottolinea come:

Per effetto del Rinascimento e della Riforma, il primato dell’individuo sul collettivo sia diventato caratteristica precipua di tutta la società occidentale moderna. Possiamo citare quattro famosi esempi ideologici del XVII e del XVIII secolo che hanno grandemente aiutato la causa individualista. Descartes basò il suo pensiero sull'idea della cui realtà poteva essere sicuro senza alcun dubbio, e la sua soluzione fu “Cogito ergo sum”, “Io penso” dunque, non “noi”; non dice “Cogitamus ergo sumus”. In seguito anche John Locke costruisce sull’individuo il proprio pensiero psicologico, politico ed epistemologico, ponendo così le basi della maggior parte del pensiero illuminista (Watt 1998, 207).

Ma sarà soprattutto il Romanticismo a mitizzare e portare a compimento simbolico l’individualismo moderno, facendo dell’eroe il centro del nostro immaginario. Anche la tragedia greca, aggiungiamo, viene riletta in questa chiave. A uno sguardo più attento, in effetti, risulta abbastanza evidente come i personaggi della tragedia non incarnassero il trionfo dell’eroe, ma al contrario un destino tragico che nasceva dal conflitto tra la dimensione collettiva – tipica dell’età arcaica e pre-classica – e il principio di individuazione che provava a farsi strada tra le onde tumultuose del canto corale. Qui è interessante notare come uno studioso di teoria dei media come Derrick De Kerckhove abbia dedicato alcuni studi proprio alla tragedia che, strutturalmente e artisticamente, starebbe a rappresentare la transizione tra una cultura orale (l’antico) e quella alfabetica (il moderno). I personaggi di Eschilo, sostiene De Kerckhove, parlano una lingua o sono parlati dalla lingua, rappresentando spesso e alternativamente, la tensione tra queste due diverse forme culturali che troverebbero, fino a un certo punto, un qualche equilibrio più o meno stabile nella forma della tragedia classica:

Eschilo indica che non si tratta soltanto di un processo mentale, che tutto il corpo di Cassandra, come quello dei dervisci rotanti, è posseduto, immerso a forza nell’ambiente sensoriale, e non le appartiene più. Per dirla nel modo più semplice: il linguaggio possiede Cassandra, mentre Clitennestra possiede il linguaggio (De Kerckhove [1999] 2008, 118).

Se il debito di questa lettura nei confronti della celebre analisi di Friedrich Nietzsche è piuttosto evidente, è altrettanto vero che qui è particolarmente importante la sottolineatura di come sia stata l’invenzione della scrittura alfabetica a rendere possibile l’interiorizzazione del sapere e quindi la formazione di un foro interiore che inizia a definire la struttura di una psiche individuale a discapito di quella collettiva:

Tutti questi effetti combinati della scrittura e del teatro accelerano la trasformazione di una psiche collettiva in psiche individuale, non solo per coloro che sanno leggere, ma anche per coloro che essi servono e per coloro che li servono. È in questo modo che si costituisce, attraverso l’esempio esterno dell’attore sulla scena, e la formazione interna di una scena mentale, la psicologia della persona autonoma (De Kerckhove [1999] 2008, 86).

Se tutto questo è vero, è altrettanto vero che per secoli le due dimensioni continueranno a convivere e spesso la dimensione pre-individuale rivendicherà i suoi diritti come sostiene Watt. Le tesi di De Kerckhove, d’altra parte, aiutano a comprendere meglio la profondità storica del processo che il Romanticismo porterà a piena visibilità simbolica. Sarà solo con il Romanticismo, quindi relativamente tardi, che l’individualismo che inizia a emergere nella tragedia greca verrà celebrato come la vittoria di uno spirito libero che si auto-afferma sul mondo e sugli altri, diventando allo stesso tempo il simbolo dell’imprenditore capitalista e quello del ribelle. Un ribelle anarchico, come in Max Stirner, o tradizionalista e controrivoluzionario. Allo stesso modo sarà sempre il Romanticismo a rivalutare, in una chiave anti-illuminista, il ruolo della fantasia e della magia, ed è da qui che la destra italiana degli anni Settanta attingerà il suo interesse per la letteratura fantasy e costruirà il mito, tutto italiano, dell’alternativa alla cultura marxista attraverso i romanzi di J.R.R. Tolkien e di Michael Ende. A proposito di Ende, in particolare La storia infinita, pubblicato nel 1979 e diventato anche un film di Wolfgang Petersen nel 1984, diventerà un simbolo per tutta la generazione nata nella seconda metà degli anni Settanta e cresciuta nel decennio successivo. In breve: l’eroe, in questo caso, è un giovane che si chiama Atreyu (non a caso, nome della festa giovanile della destra italiana) che difende il regno di Fantàsia e combatte contro l’avanzata del nulla. Anche qui siamo davanti a un esempio tipico di eroe romantico del XIX secolo che poi ritroviamo negli anime giapponesi arrivati nella televisione italiana più o meno negli stessi anni in cui Ende pubblica il suo romanzo.

Dunque, tornando al mito di Capitan Harlock – un po’ stirneriano e un po’ evoliano allo stesso tempo – forse ci rendiamo conto più chiaramente di come l’icona della destra radicale degli anni Settanta e Ottanta sia allo stesso tempo il simbolo del rampantismo neoliberista che segue alla destrutturazione del welfare a livello internazionale. Gli anni Ottanta sono effettivamente quelli del trionfo dell’individuo thatcheriano e del suo protagonismo narcisista contro quell’esperienza collettiva che erano stati i movimenti del ’68 e del ’77. Quindi possiamo dire che gli anni Ottanta sono quelli di Harlock perché nel capitano dal mantello nero sembrano convivere, contemporaneamente, gli spiriti, apparentemente contrapposti, di Gordon Gekko, l’eroe di Wall Street, il film di Oliver Stone del 1987, e quelli della tecnoribellione dell’estrema destra degli anni Ottanta e Novanta. Paradossalmente chi riconosce in Capitan Harlock una ribellione ai valori borghesi, riconosce lì anche quelli borghesi della libera impresa e del successo negli affari. L’homo economicus (quello raccontato da Weber nell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo) e l’homo spiritualis (quello che possiamo riscontrare nell’anti-modernismo di Julius Evola), sono lo stesso individuo eroico che dalla letteratura per l’infanzia del XIX secolo agli anime giapponesi ha popolato l’immaginario di intere generazioni. In Capitan Harlock ritroviamo lo stesso spirito del Don Chisciotte così come quello di Robinson Crusoe: tutti impegnati a lottare, da soli, o al massimo con qualche aiutante (che si chiami Sancho Panza, Venerdì oppure Kei Yuki), contro il male. Ciò che rende questi eroi, pur così diversi, tante varianti dello stesso modello è la loro solitudine costitutiva: sono figure che agiscono da sole e da sole affrontano e salvano il mondo. Ed è questa caratteristica tipicamente romantica a fare da trait d’union fra tutti questi personaggi nati in epoche diverse e a latitudini molto distanti. È questo individualismo, insieme proprietario e libertario, a costituire l’asse di un mondo in cui la dimensione collettiva resta solo uno sfondo da governare o un ostacolo da sottomettere.

Ecco perché chi si è riconosciuto in Capitan Harlock, facendone un’icona, si è, allo stesso tempo, riconosciuto nei valori del neoliberismo degli anni Ottanta, che faceva di Wall Street la nuova chiesa con i broker come sacerdoti, e in quelli della ribellione al mondo moderno nato dalla rivoluzione del 1789. Perché il capitano dell’astronave Arcadia è una versione nippo-dark degli eroi dell’individualismo moderno come Robinson, che sono contemporaneamente degli anarchici ribelli e degli operosi imprenditori. Qui, forse, sta la spiegazione della lunga egemonia culturale e politica che le destre hanno esercitato in Europa e negli Stati Uniti dagli anni Ottanta fino a oggi. E qui, probabilmente, sta anche la spiegazione di quel tradimento che le destre radicali, una volta arrivate al potere, avrebbero esercitato nei confronti dei loro valori originari abbracciando completamente il credo neoliberista. Non di tradimento si è trattato, ma di svelamento della loro natura più profonda. Non c’è una vera contraddizione tra governi neosovranisti e neoautoritari e le loro politiche economiche ultraliberiste. C’è, al contrario, un’identità profonda che coincide, a livello iconografico, con la doppia natura dell’eroe moderno inventato dalla cultura romantica: un giano bifronte. Insomma, la destra radicale con il suo immaginario non è l’opposto del liberalismo moderno, ma è il suo doppio mitico-individualista.

E in effetti, se gli anni Ottanta sono stati quelli dell’edonismo reaganiano, e questi primi decenni del XXI secolo sono quelli dell’egemonia neoconservatrice a livello internazionale, gli anni Novanta sono stati un laboratorio sperimentale dove le istanze degli anni Settanta hanno provato a reinventarsi in vista del passaggio di secolo (Mattioli 2025). Ma cosa sono stati gli anni Sessanta e Settanta se non un incredibile laboratorio politico-culturale in cui si è immaginata e costruita una potente alternativa all’individualismo borghese? Dalla distruzione della famiglia patriarcale nel ’68 all’avanguardia di massa del ’77, il decennio dei movimenti può essere ripensato come una grande risposta collettiva alla cultura costruita dal Romanticismo del XIX secolo, una forma di vita che ha colonizzato le nostre anime dipingendole di nero. La grande ondata rivoluzionaria e creativa degli anni Sessanta e Settanta ci insegna che l’alternativa radicale non consiste mai nell’azione di eroi che, affondando le radici nei miti dell’individualismo moderno, vendicano i torti subiti dagli sconfitti della storia, ma nel far emergere chiaramente, anche a livello di immaginario, quella dimensione collettiva in cui consiste la verità della produzione e della vita in società.

In questo senso le critiche all’immaginario degli anime giapponesi che abbiamo ricordato all’inizio acquistano un senso più chiaro e molto meno bigotto e retrò di quello che poteva sembrare all’epoca. Non si trattava di rifiutare un processo di modernizzazione che passava anche attraverso il passaggio di testimone alla televisione che diventava la nuova baby sitter, e neanche di opporsi a un qualche processo di colonizzazione che arrivava dal Sol Levante per difendere, invece, qualche altra mal compresa tradizione. Si trattava, piuttosto, di pensare a un’alternativa collettiva e gioiosa al mito dell’eroe borghese e quindi di sconfiggere l’individualismo del capitano dal mantello nero e dal cuore bianco (come diceva il testo della sigla italiana). Si trattava di uscire da quel mondo ormai in rovina per costruirne uno che fosse davvero nuovo e diverso. È ragionevole pensare, allora, che quella sconfitta sul piano dell’immaginario abbia preparato, almeno in parte, il terreno per l’egemonia che oggi l’autoritarismo liberista esercita su scala internazionale nelle sue forme neosovraniste e ultraconservatrici.

Riferimenti bibliografici
  • Artom 1979
    N. Artom, Chi ha paura di Goldrake cattivo?, “Tv Sorrisi e Canzoni” 50, 16 dicembre 1979.
  • Corvisieri 1979
    S. Corvisieri, Un ministero per Goldrake, “La Repubblica”, 7 gennaio 1979.
  • De Kerckhove [1999] 2008
    D. De Kerckhove, Dall’alfabeto a internet. L’homme littéré: alfabetizzazione, cultura, tecnologia [L’homme littéré: alphabétisation, culture, technologie, Montréal/Paris 1999], trad. A. Caronia, Milano 2008.
  • Drogo 1981
    G. Drogo, Da Mazinga a Harlock, “Linea”, 15-31 gennaio 1981.
  • Jesi [1979] 2025
    F. Jesi, Cultura di destra. Con tre inediti e un’intervista, a cura di A. Cavalletti, Milano 2025.
  • Mattioli 2025
    V. Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Torino 2025.
  • Nicora 2017
    M. Nicora, C’era una volta Goldrake. La vera storia del robot giapponese che ha rivoluzionato la TV italiana, Caserta 2017.
  • Raffaelli 2024
    L. Raffaelli, Le anime disegnate, Latina 2024.
  • Rodari 1980
    G. Rodari, Dalla parte di Goldrake, “Rinascita” 41, 17 ottobre 1980.
  • Rosati 2018
    E. Rosati, CasaPound Italia. Fascisti del terzo millennio, Milano 2018.
  • Tarantino 2024
    G. Tarantino, La chiamavano Nuova destra. Storie e idee di un percorso metapolitico (1977-1992), Palermo 2024.
  • Watt [1996] 1998
    I. Watt, Miti dell’individualismo moderno, [Myths of Modern Individualism: Faust, Don Quixote, Don Juan, Robinson Crusoe, Cambridge 1996], trad. M. Baiocchi, M. Gnoli, Roma 1998.
 Abstract

In this brief essay, Martino demonstrates how certain icons of the Italian far-right imagination—articularly those drawn from Japanese anime and fantasy literature—have their roots in the myth of modern individualism, which simultaneously gives rise to the figure of the entrepreneur capable of literally creating capitalism through inner-worldly asceticism, and the figure of the anti-modern hero who resists the corruption of the world and fights to defend the values of an organic society founded on traditional values. In short, liberal culture and anti-liberal, traditionalist culture, paradoxically, arise at the same time and share the same cultural soil and the same typically modern myths, invented by 19th-century Romantic culture. In this sense, the figure of Captain Harlock becomes particularly significant because he embodies the structural ambivalence of the modern imagination founded on the myth of individualism.

keywords | Japanese anime; Imaginary; Radical right; Captain Harlock; Individualism; Myth; Hero.

questo numero di Engramma è a invito: la revisione dei saggi è stata affidata al comitato editoriale e all'international advisory board della rivista

Per citare questo articolo / To cite this article: N. Martino, Le anime nere. Il mito dell’eroe e le radici di un’egemonia, “La Rivista di Engramma” n. 233 (aprile 2026).