"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

237 | luglio 2026

97888948401

Ironia e Fantasia fanno rima per Mollino?

Napoleone Ferrari

English abstract

1 | Carlo Mollino, Casa a Liscia di Vacca, 24.11.1968. ©Politecnico di Torino.
2 | Carlo Mollino, due schizzi di studio per Casa a Liscia di Vacca, 1968. ©Politecnico di Torino.

Il 18 luglio 1967 Carlo Mollino (1905-73) scrive al soprintendente di Sassari e Nuoro Roberto Carità, “visto il luogo, ho finito per innamorarmi e fare quanto accuratamente nella mia vita avevo sempre evitato: costruirmi una casa (non ‘villa’) al riparo dal mondo”. Il luogo incantevole è Liscia di Vacca, sulla costa della Gallura, e quella casa-non villa non sarà mai costruita, respinto due volte il progetto dall’amministrazione locale e rifiutatosi Mollino di adeguarsi ad uno stile folk di pergole in coppi e finti archetti qua e là. È una cronaca assai poco ironica dello sviluppo edilizio di quegli anni, non solamente sardo. Ma come aveva immaginato Carlo, sulla carta, quell’unica casa progettata per sé stesso nell’arco dell’intera sua vita?

Come accade ogni volta con Mollino, non è facile cogliere di primo acchito il senso e la genesi di quelle forme peculiari [Fig. 1] che va disegnando. Comincia quindi il consueto travaglio dell’esegesi. Si va a guardare le lettere, casomai lui stesso avesse scritto qualcosa in proposito, articoli e pubblicazioni su riviste in questo caso non ce ne sono, si va a scartabellare tra gli schizzi di studio dell’archivio (il Fondo Carlo Mollino presso il Politecnico di Torino conserva circa 17.000 disegni originali) auspicando di racimolare qualcosa. La scintilla questa volta scocca alla cartella P18.A.327, diversa dalla P12.F.220 che contiene il progetto di Liscia di Vacca, lì ci sono disegni vari ed eterogenei sparsi e spersi, lì i due schizzi [Fig. 2] che risolvono la nostra domanda.

Azzardiamo un poco, ma potremmo anche cogliere alla lettera quella storia: esplorando il luogo ancora immacolato nel 1967, sceso lungo le acque basse e trasparenti della baia in una tiepida giornata di primavera Carlo si è chinato su un paguro Bernardo a spasso sulla sabbia in simbiotica compagnia della sua anemone saldata sopra alla conchiglia. Due ospiti di una casa non costruita da loro. Lì per lì solamente una visione curiosa e sorprendente per un torinese abituato a muoversi come camoscio tra le rocce e le nevi delle Alpi (mai vista una foto di Carlo Mollino in costume da bagno).

Quell’immagine formidabile deve aver pian piano scavato nelle impressioni del suo inconscio e acceso come in sogno quell’idea buffa, vagheggiare la propria casa laggiù sulla spiaggia sarda, come una conchiglia occupata dall’architetto piemontese, straniero e ospite in quell’isola meravigliosa.

Comparando gli studi e schizzi della “Casa a Liscia di Vacca” con quei disegni del paguro, sfuma ogni dubbio: proprio quella conchiglia. E l’anemone? Chissà… quel lucernario su un lato della casa o piuttosto quella signorina con la gonna, gambe accavallate e rivista in mano, assisa nell’incavo della finestra in dettaglio nel disegno di progetto [Fig. 1].

I. Aridezza e ironia

3 | Carlo Mollino, Casa Miller, Torino 1936.
4 | Carlo Levi, ritratto di Carlo Mollino, anni ’30. ©Politecnico di Torino.
5 | Carlo Mollino, studio per pendola, circa 1936. ©Politecnico di Torino.
6 | Carlo Mollino, biglietto da visita, 1928. Courtesy Andrea Bruno Jr.

Facciamo un passo indietro. Mollino si laurea alla scuola superiore di architettura di Torino nel 1931 e nel 1936 disegna per sé stesso un pied-à-terre in città, mentre viveva in famiglia nella neogotica villa Carisio di Rivoli. È uno spazio in affitto che chiama Casa Miller, il primo interno da lui progettato, uno studio. Carlo Levi scrisse della Casa Miller in un articolo ospitato da Gio Ponti su “Domus”: “è questo, con l’aridezza e l’ironia, il limite negativo, la pena del nostro personaggio, che vuol essere, senza passione, completo, e crearsi da solo, pezzo per pezzo, come un’opera d’arte” (Levi 1938).

Quello straordinario arredo [Fig. 3], ci dice Levi, è pensato come un autoritratto (il “personaggio” di cui ha scritto), mentre il ritratto vero di Mollino, su carta, altrettanto straordinario, lo disegna Levi stesso [Fig. 4], cogliendo acutamente l’articolata sfaccettatura del personaggio molliniano, la cui chiave interpretativa sembrerebbe doversi inserire in una sorta di “vulvesca” serratura. E sarebbe una facile ironia, peraltro non del tutto freudianamente fuori luogo con Mollino [Fig. 5].

Se si pazientasse a registrare dettagliatamente come sismografo le qualità della sua opera e del suo carattere, si rintraccerebbero una spiccata e regolare sensibilità per la leggerezza, l’eleganza, l’ambiguità, la sensualità, l’intuito – uno che non ha mai voluto far uso e mostra di muscolosità e cruda virile razionalità.

Chissà come Mollino avrà considerato quelle parole critiche vergate a perenne monito su “Domus” dall’altro Carlo. Si è fortunati ad avere al proprio fianco un amico, certamente non incapace di ironizzare, che quella dote ha però corroborato al confino forzato sotto il regime fascista tra gli indigenti contadini della Basilicata – Levi è tornato a Torino nel maggio 1936 dopo dieci mesi di confino ad Aliano.

Una giovanile sfacciataggine sembra abitare il rampollo dell’ingegner Eugenio Mollino (1873-1953) che nel romanzo Vita di Oberon Carlo epicamente descrive come un ricco e potente commerciante di zucchero e manioca di Buitenzorg (Mollino 1933, 68-69, 44). Una conferma ci viene dall’autoritratto che ha disegnato e fatto stampare per se stesso a mo’ di biglietto da visita [Fig. 6]. Sul tergo di uno di quei biglietti, scampato al macero della vita, ritroviamo la verve letteraria di Carlo, non ancora laureato – si tratta delle scuse inviate alla mamma di un altro amico pittore, Otto Maraini:

Otto mi ha detto che io non la saluto mai. Io sono umiliato, avvilito e contrito. Io se vedo… saluto, mi sprofondo, mi inchino, fò atto d’omaggio… mi prostro… insomma procuro di fare un consommé di omaggio. Quindi perdonino e sia di mallevadore il buon Otto. Io non ho salutato perché ero in seno a “sfere della distrazione” divino abitacolo di pace. Fisseremo.

Lo humor molliniano trasuda dalle sue prime chimeriche prove letterarie, Vita di Oberon (Mollino 1933) pubblicato a puntate su “Casabella” e L’amante del Duca (Mollino 1934-36) su “Il Selvaggio”. In entrambi i romanzi il protagonista è un architetto, e gli argomenti sono inequivocabilmente autobiografici. Oberon ha costruito la sua prima opera, un baraccone da fiera per Ciro Beck, “formidabile inventore, [che] aveva ormai battuto il suo maestro giapponese che professava la mistica dell’acrobazia, e vendeva a prezzi favolosi le sue scoperte” (Mollino 1933, n. 67, 40). Il conte Fausto, invece, cavalca nella campagna alla periferia torinese a rischio di cruenti incontri con le tribù pellerossa assoldate dal papato in lotta contro la corona Savoia: “la Ines quasi scalpata; è di sopra e c’è già il dottor Negro. Me l’hanno assalita come un uomo e pur sapevano che era donna, anche se portava il costume da cavallerizza! Erano tre Sioux sul sentiero di guerra” (Mollino 1934-36, 51).

Faust, Oberon e un Chevalier Rose (-Croix?): magari Levi non aveva visto male a scorgere nell’amico architetto cenni di demiurgica aridezza, indubbiamente confortata dal rango di appartenenza, se non nobiliare, senz’altro sociale e patrimoniale, ambiziosamente edificato dall’ingegner Mollino (professionista che ha realizzato centinaia di edifici, tra i quali il più importante ospedale torinese).

La realtà vissuta racconta della “quotidiana omerica lotta silenziosa con mio padre” (Mollino 1943, 50): le copiose lettere di rimprovero al figlio indisciplinato (conservate presso il Fondo Mollino del Politecnico di Torino e la Fondazione Alinari per la Fotografia) in un ottocentesco clima sociale sabaudo di rigidità soffocante per il giovane Carlo che brama librarsi dal terreno. Citando da una lettera a Mino Maccari (22.01.1940), direttore de “Il Selvaggio”, a cui promette il prosieguo del mai terminato “Amante del Duca”:

Mi accompagnava l’orfana erede nella visita del palazzotto grigio e nascosto tra le nebbie di un bel corso di Torino. Mobili giapponesi, collezioni di armi raccolte da chissà quale parente maniaco di cose d’oriente. Fotografie gialle, caschi inutili con lo sfondo del ricordo dello sbarco a Ceylon. Quadri di insignificanti piemontesi e palmizi da arredamento negli angoli, su per lo scalone, dietro le poltrone a pungere il collo. Nella vecchia casa l’ordine, il Piemonte, il rispetto e l’amor filiale, avevano fatto un peso tale che il pensiero si spingeva continuamente e a ventate verso la liberazione dell’aeronautica, il canottaggio, la vita del grande albergo.

Quell’ironia, vista oggi dalla prospettiva di un secolo trascorso, ci sembra quasi una necessità di sopravvivenza per Carlo, ossigeno e strategia di fuga, aderente al suo innato spirito anticonformista in un destino di vita controcorrente, al di fuori delle righe e dei canoni del Movimento Moderno, insofferente alle autorità paterne e politiche (nel curriculum per la libera docenza del 1952 tiene a precisare che “non appartiene ad alcun partito politico”), estraneo all’establishment cittadino nonostante ne facesse parte per censo e studi (si diploma al Collegio San Giuseppe, frequentato dalla buona borghesia torinese), enfant terrible dell’architettura (Gabetti 1989).

II. Architettura fantastica

7 | Carlo Mollino, maniglia di Casa Devalle, 1939. ©Politecnico di Torino.
8 | Carlo Mollino, disegni per Casa in collina, 1942. ©Politecnico di Torino.
8 | Carlo Mollino, studio per Villa Damonte, 1942. ©Politecnico di Torino.
10 | Carlo Mollino, Casa Madrepora, 1944. ©Politecnico di Torino.

Non è un compito improbo andare a selezionare e cogliere il “frizzo” nella vita personale e negli scritti di Carlo Mollino, e lo si può anche fare agevolmente nella sua architettura. Andiamo a impugnare quindi e sollecitare quella maniglia [Fig. 7] sulla porta di specchio che in un’atmosfera carrolliana (nel 1948 dona alla sua fidanzata Carmelina Piccolis come una chicca e un programma di coppia, una bella edizione di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie) accede al paese dell’immaginazione di Mollino: “Tutto è permesso, sempre salva la fantasia, cioè la decrepita bellezza, al di là di ogni programma intellettualistico” (Mollino 1950, 21).

Non è questo il luogo per un’indagine sistematica e neanche l’argomento. Cavalcheremo a rotta di collo, per cenni e fughe, nelle praterie della sua fantasia.

Nel bel mezzo della tragedia mondiale, la redazione di “Domus” chiede a Mollino, assieme ad altri rinomati architetti, di disegnare la propria “Casa Ideale”. Carlo invia i disegni per la “Casa sulla collina” (Mollino 1943), una torre che svetta sulla collina torinese [Fig. 8]:

[...] all’ultimo piano – nella biblioteca – sono in Zeppelin addirittura – a parte il fatto che una casa razionale per altro verso e cioè adagiata a gradoni sul pendio della collina non mi avrebbe dato alcuna soddisfazione: in collina infognato nel verde mi avrebbe fatto pensare di essere un serpente mezzo morto, adagiato sulla pancia e mimetizzato per paura.

Ogni piano una sola stanza, in una prospettiva si vede svettare sulla città alle spalle della “Casa sulla Collina” la Mole Antonelliana. Cenno grafico non casuale, nel 1941 Mollino ha licenziato un saggio penetrante sul geniale ingegnere papà della Mole, il più alto edificio in mattoni al mondo:

Risvegliato dal torpore ferino, uscito alla coscienza dall’alveo oscuro della caverna, comincia per l’umano quell’invero illustre guerra tra il genio costruttivo e la gravità, guerra mossa dal sogno inesausto di potenza, di racchiudere e dominare sempre maggior spazio con unico volo, alto o radente, e insieme fare di questa pratica d’audacia, in uno coi suoi ingegni, vocabolo di poesia, espressione di sé in contemplati e interiori ritmi: architettura (Mollino 1941, 27).

In quel saggio non si fa cenno alla “Fetta di polenta”, ma l’archivio Mollino custodisce una serie di foto dell’edificio scattate da Mollino stesso. Ardita costruzione larga 435 centimetri su un lato e 54 all’altro capo, per una lunghezza di 16 metri, 6 piani fuori terra e due sotto, dove Antonelli ha vissuto qualche anno con la moglie mentre attendeva all’ascesa della sua Mole. Ogni piano una stanza: agli architetti torinesi non può sfuggire lo spiritoso riferimento antonelliano per la propria immaginaria torre in collina. Solamente Carlo ha aggiunto per comodità, accanto alle scale, la tecnologia di un ascensore per muoversi tra i piani.

A Capri nel 1942 schizza per un cliente una casa come fosse una lisca di pesce, con testa e coda, abbandonata da un gabbiano sul poggio che domina la Marina Piccola [Fig. 9, Ponti 1943]. Nella baia di Varigotti disegna una casa “madrepora” [Fig. 10] come scrive a Gio Ponti il 30 agosto 1944. Difficile convincere i clienti a costruirle, e la commissione edilizia comunale ad approvarle, pertanto tutte e due le case rimangono sulla carta.

11 | Carlo Mollino, Casa Olivero, 1962. ©Politecnico di Torino.
12 | Carlo Mollino, studi per: Camera di Commercio di Torino, 1964; Casa Olivero, La Thuile 1962; Terme a Pré-Saint-Didier, 1950; Slittovia del Lago Nero, Sauze d’Oulx 1946. ©Politecnico di Torino.
13 | Carlo Mollino, Casa per la FISI, 1952. ©Politecnico di Torino.
14 | Carlo Mollino, Casa Cattaneo a Agra, 1952-53. ©Pino Musi.

Per l’amico Olivero, pilota e compagno di voli acrobatici, disegna nel 1962, su un pianoro a 2.200 metri dominante la valle di La Thuile, una casa dalle linee aerodinamiche di un aliante [Fig. 11] e una balconata frontale fatta di tavole di legno come se fossero i tiranti di quel velivolo pronto a spiccare il volo nel panorama mozzafiato,

[...] in ore di torpore, frequenti dopo disastri, ridotto in scala appropriata, Fausto avrebbe amato percorrere a volo quel paesaggio con rari e riposanti colpi d’ala, a mezzo di macchine leggere come le aveva fatte vive dai disegni di Leonardo, mosse da lui o anche da motori, tese molle di balestra; le ali di stecche di balena, spago impeciato, e carrucole dal canto di grillo (Mollino 1934-36, 14).

Questa casa fu costruita, purtroppo assai semplificata, senza rispettare la sofisticata inclinazione delle linee del tetto, pianta e fianchi del progetto molliniano, apparendo oggi irrisolta.

Un tema che ricorre insistentemente negli edifici molliniani è il viso umano: strani volti o maschere sono rivelati da diversi suoi schizzi di studio [Fig. 12].

Per alcuni edifici in montagna immagina un tetto rovescio che scarica l’acqua all’interno ma che d’inverno è destinato a ricoprirsi di neve trasformandosi in un soffice basco bianco calcato sul capo della costruzione [Fig. 13]. Sull’altopiano di Agra, tra il 1952 e il 1953, realizza una villa acquattata sul fianco della collina [Figg. 14-15], la vista sul lago Maggiore. È poggiata in avanti su due pilastri in cemento armato sagomati come zampe piegate in tensione, pronte a scattare. Il tetto è rivestito in scandole di smalto verde-alloro e giallo-senape come la mimetica armatura di scaglie di un rettile.

15 | Carlo Mollino, Casa Cattaneo a Agra, 1952-53.
16 | Carlo Mollino, Drago da passeggio, 1964.
17 | Carlo Mollino, interno della Casa a Sanremo, 1948. ©Politecnico di Torino.
18 | Carlo Mollino, studio per Albergo sul Castellazzo di Ivrea, 1951. ©Politecnico di Torino.

Che sia un drago volante? D’altronde Carlo s’intendeva di draghi. Per il Capodanno del 1963-1964 ne regalerà diversi agli amici cari, ognuno da lui personalmente decorato ad acquarello in maniera diversa. Il “drago da passeggio” doveva servire a occupare il tempo libero, recente problema sociale sorto col diffondersi del benessere negli anni Sessanta. Dal libretto di istruzioni, che spiegava come condurlo a passeggio con tanto di foto esplicativa [Fig. 16], leggiamo:

Il drago da passeggio che offro agli amici, originario dell’India, è il noto drago del Punjab, di piccola taglia, di singolare intelligenza e vago aspetto. Il mantello, sempre di prestigiosa decorazione, si adatta congenialmente e all’istante con il paesaggio interiore di ciascun proprietario, dirò meglio compagno, in quanto il drago del Punjab non è né servile, né ribelle e sostituisce senza timor di confronto il cane e particolarmente il cane da signora, il pechinese, forse il più cretino e disgustoso del creato. Al ritmo alterno e plastico del trarre di guinzaglio, in uno col passo, il drago procederà solerte al fianco con dolce frinire, avvertendo ogni disarmonia d’incesso con particolare ansito; ansito che diverrà sibilo rantolante, caratteristica del drago irritato, quando questi oscillasse appeso per insulsa fretta o addirittura per la pretesa di fargli salire le scale (invece di prenderlo in braccio, come si deve)” (Mollino 1964).

Non si finisce mai. Nel salone avveniristicamente affacciato sul mare del Condominio a Sanremo, Mollino disegna due signorine uscite forse da un carnevale veneziano [Fig. 17]. Per Adriano Olivetti disegna un hotel sul Castellazzo di Ivrea che pare, forse, il fianco di una macchina da scrivere [Fig. 18], per dire che ogni tanto anche Mollino sognava banalmente, o forse è solamente una mia speculazione. Il Castellazzo è rimasto ancor oggi privo di hotel, e col senno di poi è stata un’altra delle buone scelte olivettiane.

19 | Carlo Mollino, fronte della Società Ippica Torinese, 1937-40. ©Politecnico di Torino.
20 | Carlo Mollino, cortile della Società Ippica Torinese, 1937-40.

Uno dei capolavori molliniani è la Società Ippica Torinese [Fig. 19], sulla cui fronte appare a sinistra una fuga di camini Knapen per la ventilazione naturale delle stalle mentre sulla destra il circolo della Società è rivestito in bugnato di pietra rossa. Siamo nel 1937. Quale fantasia avrà portato Mollino a quella visione trapuntata che ha folgorato Giuseppe Pagano? Non proprio uno debole di cuore:

È così intensa ed acuta l’esaltazione spaziale nella sensibilità di Mollino, è così totalitario il suo bisogno di rompere ogni dogmatismo di bassa classicità, è così prepotente il suo desiderio di evitare ogni aulicità e di saldare la sua composizione in una visione unica assoluta conclusa da ogni parte, e permanentemente risulta come un “caso naturale”, che egli riesce veramente a raggiungere il limite della disgregazione dello spazio, a liricizzare il razionalismo e a rendere funzionale la poesia negando apertamente tutti i valori di un convenzionalismo formale (Pagano 1941, 15-16).

Io sospetto che l’Ippica sia stata pensata come un fantomatico castello medievale, con la sua merlatura e le mura a punta di diamante, per dare un tono fiabesco a chi a quell’Ippica voleva darsi. Nel cortile del circolo Mollino ha pensato bene di collocare una melanconicamente neoclassica fontanella col suo cavalluccio marino [Fig. 20].

Ma ironia farà rima con fantasia? Questo naturalmente lo svelerò nel prossimo saggio su Mollino per Engramma.

Riferimenti bibliografici
  • Gabetti 1989
    R. Gabetti, Atti del convegno su Carlo Mollino, “Atti e Rassegna Tecnica”, 11-12 (1989), 355.
  • Levi 1938
    C. Levi, Casa Miller, “Domus” 129 (1938), 1-11.
  • Mollino 1933
    C. Mollino, Vita di Oberon, “Casabella” 67 (40-42); 68-69 (44-45); 70 (44); 71 (38-39).
  • Mollino 1934-36
    C. Mollino, L’amante del duca, “Il Selvaggio”: 1934, 15 agosto (51-52), 31 ottobre (68), 31cdicembre (83-84); 1935, 30 aprile (19-20); 1936, 15 maggio (13-16).
  • Mollino 1941
    C. Mollino, Incanto e volontà di Antonelli, “Torino”, 5 (1941), 27-38.
  • Mollino 1943
    C. Mollino, La casa e l’ideale. Casa in collina, “Domus” 182 (1943), 50-54.
  • Mollino 1949
    C. Mollino, Il messaggio dalla camera oscura, Torino 1949, 98.
  • Mollino 1950
    C. Mollino, Tutto è permesso sempre salva la fantasia, “Domus” 245 (1950), 20-27.
  • Mollino 1964
    C. Mollino, Del drago da passeggio, in proprio, 1964.
  • Pagano 1941
    G. Pagano, La nuova sede della Società Ippica Torinese, “Casabella Costruzioni” 157 (1941), 15-16.
  • Ponti 1943
    G. Ponti, Proposizioni architettoniche di Mollino, “Stile” 43 (1944), 10-11.
English abstract

This essay investigates irony and fantasy in Carlo Mollino’s work, starting from two 1968 sketches of a hermit crab found in the Politecnico di Torino archive, connected to studies for the unbuilt Casa a Liscia di Vacca in Sardinia. It then traces Mollino’s ironic sensibility back to his 1936 Casa Miller, described by Carlo Levi as marked by “aridity and irony”, and through Mollino’s early literary writings, letters, and unbuilt or built projects – including the house on the Turin hills, the fish-shaped house at Capri, the “madrepora” house, Casa Olivero, and Casa Cattaneo – showing fantasy as a recurring trait. But what about irony?

keywords | Carlo Mollino; Irony; Fantasy; Politecnico di Torino archive.

La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo saggio
(v. Albo dei referee di Engramma)

Per citare questo articolo / To cite this article: Napoleone Ferrari, Ironia e Fantasia fanno rima per Mollino?, “La Rivista di Engramma” n. 237, luglio 2026.