[…] uno ironico come lui, era talmente austero da non prendere sul serio, o con una leggerezza diversa, la peripezia della forma.
Daniele Del Giudice, Lo stadio di Wimbledon
Thanks to Cedric Price, games and playing will never fade away.
Philippe Parreno, Reality’s so bright, I gotta wear shades

1 | Riccardo Miotto, Avrei voluto imprimerle un impalpabile sorriso e trattenere il tagliente enigma dell’artificio, 2026.
Come per ironia, il termine inglese fun nasconde nella propria etimologia una genealogia dell’inganno. Deriva dal medio-inglese fonnen (infatuare, rendere sciocco) attraverso un uso del verbo fun che verso la fine del Seicento inizia a essere in uso nel senso di ingannare, imbrogliare (Douglas Harper, Online Etymology Dictionary, lemma fun). Solo nei primi decenni del 1700 il termine si sposta dal registro della beffa a quello del piacere condiviso (le prime attestazioni di fun come “diversione, divertimento” risalgono al 1727, come datano Etymonline e Wiktionary). Questo slittamento semantico, dall'inganno al diletto, costruisce uno dei punti di partenza di questa funzine.
Fun è anche il celebre Palace di Cedric Price, laddove il divertimento nasce da uno scarto, da una promessa tradita con leggerezza per approdare a una deviazione inaspettata, dove la serietà dell’indagine convive con la sua stessa, continua, messa in discussione (Hardingham 2017; Mathews, Aureli, 2016; Mathews 2007). Con quali modalità l’inganno diventa piacere? Come l’atmosfera diventa architettura, e viceversa? Come si disegna una festa?
Il tentativo di dare risposte è simile a quello di cercare di definire il sonno nell’atto stesso di addormentarsi: più lo si insegue, più il desiderio si ritira, e dietro di sé proietta soltanto un’ombra vigile, un residuo di veglia che non si lascia afferrare. Eppure, come discusso durante il seminario Architettura e Ironia per il dottorato “Architettura. Teorie e progetto” della Sapienza Università di Roma nel settembre 2025, alcune risposte erano forse già state tratteggiate: nelle esperienze radical che hanno preso vita nell’ambito della club-culture italiana di fine anni Sessanta (Trini 1968), e, in parallelo, in quanto stava tentando di concretizzare Cedric Price con il Fun Palace. Le analogie tra questi progetti, la loro comune tensione ironica, sta nello scippare l’architettura della propria oggettualità, senza nessun pio tentativo di porre rimedio al caos, ma anzi con il desiderio incendiario di alimentarlo (Natalini 1968). La lettura architettonica che ne scaturisce diventa obliqua, una linea pervasiva che mette in comunicazione esperienze accomunate dalla massima elasticità di funzioni e di significati al loro interno, secondo quanto suggerito da Almansi:
Forse a volte occorre una lettura diagonale che contempla la pagina non dal centro prospettico ma di sbieco, da una angolatura bassa, come il sole nelle zone boreali […]. Si dovrà allora parlare di lettura obliqua; e, in alcuni casi, di una lettura che vada oltre la lettera e la metafora del testo per tendere verso un ipotetico cuore segreto dell’opera, che potrebbe coincidere con l’ironia autoriale o testuale: là dove l’opera non significa più nulla perché è disponibile ad ogni significato (Almansi 1984).
Questi luoghi operano una rimozione selettiva dello spazio, diventano dei catalizzatori di situazioni in cui tutto accelera e ribolle, dal sound design alla moda, dalle arti performative al business immobiliare: sono progetti che riescono a rendere operativo il vuoto (Jankélévitch 1987).
Scrive Andrea Branzi:
L’intuizione di Cedric Price – che poneva in primo piano altre qualità che andavano oltre a quelle formali e funzionali dell’architettura – apriva una strada storicamente nuova, verso un’architettura che non era più architettura, ma che poteva diventare un sistema ambientale liberato dai limiti tradizionali della stessa figurazione urbana. La nostra No Stop City è nata proprio da quella intuizione. Altri elementi germinali nell’opera di Cedric Price più tardi sono risultati importanti nell’evoluzione della mia ricerca, da Agronica a Eindhoven, e cioè quell’architettura che costruisce se stessa, come una energia dinamica, che trasforma lo spazio e il territorio, introducendo la componente tempo dentro al suo ciclo vitale (Branzi 2004).
Di natura eterogenea, le diramazioni della fanzine partono dalle comuni radici del citato seminario romano per avventurarsi in territori tra loro distanti, talvolta contraddittori. L’attrito che si crea per la diversità dei temi sollevati, dei linguaggi, delle finzioni, è quel movimento in contropiede che interessa: un passo di danza scoordinato ma in grado di disegnare una coreografia complessiva armonica e multiforme.
Ad aprire la fanzine, Alvar Aaltissimo ci conduce nella vertigine dell’Architettura che serve, e che quindi nel suo essere di fondamentale servizio, disvela la propria irridente inutilità. I numeri delle normative diventano formule esoteriche per trovare la giusta percentuale della pendenza di una rampa o il corretto rapporto alzata-pedata di una scala, per poi saperli subito perdere. Il metodo, il calcolo, la tecnica, si arricciano su loro stessi e si mostrano in tutta la loro sperticata follia edilizia.
Wrong mistakes di Donati e Silvaggi si propone con generosità di correggere alcuni errori progettuali delle opere più note di Álvaro Siza Vieira. In questo esercizio di fiction gli autori del contributo segnano con la punta della matita rossa quei passaggi architettonici iconici dell’architettura contemporanea portoghese, mete di pellegrinaggio di generazioni di architetti affamati di rigore. La freddezza professionale del tratto grafico che vorrebbe sostenere la perentorietà e la fattibilità delle correzioni proposte, diventa invece lo specchio dell’assurdità di un mondo tecnocratico che non accetta il sospeso, l’obliquo, l’irrisolto.
Laura Possenti e Federica Taschini portano alla luce un Portaluppi poco noto e anticipatore attraverso la Filastrocca della Milano che cresce. I versi descrivono lo sviluppo urbano della città meneghina in tutta la sua grazia e disgrazia, alla ricerca di un equilibrio sbilanciato tra l’architettonico di Carlo Emilio Gadda e di Renato Pozzetto, tra Tito Livio ed Elio e le storie tese.
Architetture contro il sole. Ironia e cancellazione a Karnak è il remix di un remix. Michele Anelli-Monti riprende La piramide sbagliata di Pier Paolo Tamburelli (2011) e ne prosegue l’intreccio di stelle, potere, monumenti, nel solco del doppio registro tra la ricerca teorica e la restituzione grafica: le vicende storicamente delineate con accademica esattezza rivivono e forse si ribellano attraverso la penna liberatoria del fumetto.
Edoardo Marini con Ironia contro la crisi pone al centro la pratica progettuale di Fala Atelier come caso studio in reazione a tendenze e speculazioni della realtà portoghese. L’autore attiva a livello visivo un meccanismo di appropriazione dei progetti di Fala Atelier che fa ricadere il mondo dell’interior colto e patinato nella cornice pop e realistica di uno spazio che necessita di essere abitato per stare con sensatezza nel suo tempo. L’architettura si annuncia e tradisce le sue intenzioni più terrene e inconfessabili: essere venduta, o almeno affittata, ma essere viva.
Radical Meme di Gianmichele De Sario porta le pagine della fanzine sui canali ineffabili dei social. Forse gli architetti radical italiani citati nel contributo avrebbero amato i social per la loro capacità di essere trasversali, ubiqui, folkloristici, o forse proprio per questo (come l’autore ci sottolinea), li avrebbero detestati. Certo il meme viene qui enucleato come vero e proprio utensile progettuale, che con l’antica forza di mettere in frizione testo e immagine, genera nuovi sensi, nuove verità, dissacranti cortocircuiti.
Strategie, rovesciamenti, scarti, promesse: Federico Caserta seleziona quattro progetti all’interno del contributo Ironica Sopravvivenza. Architetture, parodie, antidoti dove quattro novelle progettuali tratteggiano possibili vie per la sopravvivenza non solo di abitanti, ma forse anche dell’architettura stessa, quando questa decide di lasciarsi attraversare dal conflitto.
Terreno di battaglia delle serissime ironie più intime, diventa quello del bagno, illustrato nelle pagine di Maria Chiara Dolce, che apre un Pro-cesso all’architettura del Pipeless dream, come direbbe Mark Wigley.
Con Le città invivibili Francesca Pierucci si impossessa della struttura del celebre testo di Calvino. Qui il viaggio si cristallizza nell’immobilità delle città contemporanee: il dispositivo della fiaba nera diventa lo strumento ironico che narra luoghi dimentichi di chi li abita, ma ambiziosi di riscriversi.
Rosita Scura con Architetture in posa. Breve campionario di imitazioni definisce cinque sezioni tematiche tese a mettere in dialogo selezionate architetture contemporanee con alcune categorie tratte da Architecture Without Architects di Bernard Rudofsky (1964), risalendo filoni di ironia più o meno involontaria tra citazione dotta e architettura vernacolare.
Ogni contributo della fanzine rimanda a un esercizio di stile, all’adattamento di un tema vasto a un linguaggio preciso, una scelta di campo scientifica a istintivi appaiamenti incongrui. In questa varietas sta la vivacità dei contenuti, che rispondono a un contenitore dato e che, ironicamente, cercano di scardinare attraverso dinamiche saccheggiate da universi ed epoche altre per ricadere nel graffio del presente. L’ironia è colta qui nella sua erranza, ovvero nel suo essere un concetto migrante e nella sua capacità di stare nell’errore. L’ironia non è il progetto e non ne è il suo limite, ma è un’attitudine, una tonalità mai centrata e mai centrale. È la luce di un flash, di un lampo che senza fatica e per un solo istante illumina tutto e tutto fa leggere.
Basta quindi, ci siamo già dilungati troppo e l’ironia sta volando via. Ma un’ultima domanda a proposito di voli. Avrei voluto imprimerle un impalpabile sorriso e trattenere il tagliente enigma dell’artificio è il titolo del contributo grafico di Riccardo Miotto che fa da copertina a questo esperimento di fanzine: di chi sono quelle grosse forbicione che tarpano le ali di Scolari (e degli scolari)?

2 | Cesira Sissi Roselli, Nimbus bar, all’uscita dal Seminario Architettura e Ironia, Sapienza Università di Roma, settembre 2025.
Riferimenti bibliografici
- Almansi 1984
G. Almansi, Amica ironia, Milano 1984, 66. - Branzi 2004
A. Branzi, Le sue idee erano una musica nuova ancora non scritta, “Domus” 870 (2004), 53. - Hardingham 2017
S. Hardingham, Cedric Price Works 1952–2003: A Forward-Minded Retrospective, London 2017. - Jankélévitch 1987
V. Jankélévitch, Il non-so-che e il quasi niente, Genova 1987, 83. - Mathews, Aureli, 2016
S. Mathews, P.V. Aureli, Potteries Thinkbelt & Fun Palace, Paris 2016. - Mathews 2007
S. Mathews, From Agit-Prop to Free Space, The Architecture of Cedric Price, London 2007. - Natalini 1968
A. Natalini, in L. Savioli, A. Natalini, Spazio di coinvolgimento, “Casabella” 326 (1968), 34. - Trini 1968
T. Trini, Divertimentifici, “Domus” 458 (1968), 12-23.
English abstract
The fanzine gathers ten contributions: nine originating from the seminar Architettura e Ironia directed by Professor Renato Bocchi, held in September 2025 at Sapienza University of Rome (PhD programme Architettura. Teorie e progetto), and one previously unpublished piece by Alvar Aaltissimo. Together they unfold across heterogeneous and, at times, contradictory registers, tracing how irony operates as a productive category within architectural design, rather than a merely playful one. Comprising both essays and visual projects, they engage with a range of figures and legacies through parody, correction, remix, or meme. Across this varied set of registers, irony emerges not as a limit to the project but as an errant, migrating attitude: a flash of light that illuminates everything for a single instant, without ever settling.
keywords | Irony; Fun; Fun Palace; Cedric Price; Club Culture.
Per citare questo articolo / To cite this article: Cesira Sissi Roselli, FUNzine. Progetti di divertimentifici, “La Rivista di Engramma” n. 237, luglio 2026.
Per citare questo articolo / To cite this article: nome e cognome, FUNzine. Progetti di divertimentifici, “La Rivista di Engramma” n. 237, luglio 2026, pp. xx-yy | PDF dell’articolo