"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

237 | luglio 2026

97888948401

Dell’ironia in architettura

Editoriale di Engramma 237

a cura di Renato Bocchi, Anna Ghiraldini, Cesira Sissi Roselli

English abstract

I. In principio era Aristofane

“L’originario etimo del termine ‘ironia’ – scrive Francesco Poli introducendo al concetto di “ironia socratica” (Francesco Poli, L’ironia è una cosa seria. Strategie dell’arte d’avanguardia e contemporanea, Johan & Levi, Milano 2024, 13) – risale al greco eironeia (dissimulazione) e alla figura dell’eiron, ‘colui che interroga, pone o si pone delle domande’, e che nella commedia greca, in particolare di Aristofane, si identifica con il tipo del personaggio dissimulatore, furbo, di cui non ci si può fidare, una figura ambivalente – astuta e intelligente ma anche con un’indole da imbroglione – che compare anche nelle favole di Esopo”.

La copertina di questo numero di Engramma, dedicato al tema Dell’ironia in architettura, riproduce il bozzetto di un noto architetto, Alberto Campo Baeza, tratto da un carnet di disegni che preconizzavano una ipotetica scenografia da allestirsi al teatro greco di Siracusa, proprio per una commedia di Aristofane, Le Nuvole. Alberto Campo Baeza ci ha cortesemente concesso di riprodurre quei disegni – redatti nel 2014 a seguito di una sollecitazione propostagli dall’architetto Alessandro Mauro in occasione di una sua conferenza a Siracusa e di una visita ai resti archeologici di Ortigia – che non trovarono mai realizzazione concreta, ma che, nella loro matrice parzialmente influenzata da reminiscenze surrealiste, oltre ai precisi espliciti richiami al magistero del Bernini, sembrano captare la dimensione ironica che è alla base delle graffianti vicende raccontate da Aristofane.

Di questo parla estesamente il saggio di Alessandro Grilli, studioso della drammaturgia aristofanea, che ne trae occasione non solo per un commento al progetto dell’architetto spagnolo, ma anche per una preziosa e dotta trattazione circa il termine “ironia”, che proprio nelle Nuvole compare per la prima volta nella letteratura greca antica e vive poi una lunga vicenda evolutiva nella storia della letteratura, assumendo via via significati e accezioni anche assai diversi dall’origine.

Campo Baeza è un architetto contemporaneo perlopiù considerato, non senza ragione, tra i più fedeli interpreti del “Less is more” miesiano (la piattaforma proposta per la scena siracusana ricorda da vicino l’ardito suo progetto di una “casa dell’infinito” realizzato a Cadice in fronte all’oceano), e pertanto apparentemente lontano da impulsi eretici o dissacratori ai quali frequentemente si lega l’esercizio dell’ironia. Tuttavia la sua composizione-montaggio di “tre pezzi facili” (la piattaforma; le nuvole; la mano costantiniana) ci ha offerto lo spunto, con la presenza aleggiante nell’aria delle parole e dei gesti della drammaturgia di Aristofane, per un incipit allusivo.

L’idea di questo numero è nata in occasione di un seminario coordinato da Renato Bocchi e Sissi Roselli per il dottorato di “Architettura. Teorie e progetto” della Sapienza Università di Roma nel settembre 2025, dal titolo Architettura e Ironia, in collaborazione con la Real Academia de España en Roma. A sua volta il seminario si richiamava a un numero curato da Emmanuel Petit sullo stesso tema per la rivista “AR – Architectural Research”, diretta da Paul Robinson all’Università di Lubiana, uscito nel 2024, di cui trovate in questo numero una recensione firmata da Christian Garavello. Alcuni dei saggi che seguiranno derivano dalle conferenze tenute nel seminario romano da Emmanuel e Ralitza Petit, da Claudia Pirina, da Damiano Di Mele, e dagli stessi curatori di questo numero. Allo stesso modo, le fanzine di seguito pubblicate sono state prodotte dai dottorandi durante quel seminario e sono state rielaborate dagli autori per formare una sorta di ironica appendice nel presente numero, corroborata da un’esilarante proposta di Fabrizio Esposito, alias Alvar Aaltissimo, in ironico elogio agli “spazi serventi” di kahniana memoria. Quasi a suggerire che i giovani allievi possano utilmente giovarsi dell’arma giocosa dell’ironia per distanziarsi, a rispettosa distanza dai maestri e intraprendere il loro autonomo percorso di maturazione: un tratto della pedagogia maieutica che rimanda in fondo di nuovo alla lezione di Socrate.

II. Le declinazioni dell’ironia nell’arte contemporanea

Il rapporto con l’ironia è stato di recente indagato a più riprese, in modo assai interessante, con riferimento alle espressioni dell’arte contemporanea: si veda, in particolare, oltre al già citato libro di Francesco Poli, la bella mostra “Facile ironia. L’ironia nell’arte italiana tra XX e XXI secolo”, curata da Lorenzo Balbi e Caterina Molteni al MamBo di Bologna nel 2025, con catalogo omonimo, edito da Allemandi (Torino 2025). Il rapporto tra ironia e architettura non ha avuto in passato altrettanta fortuna critica, con qualche recente eccezione, di cui poi diremo.

Francesco Poli elenca, nel capitolo introduttivo del suo libro, una serie di accezioni del termine ‘ironia’, rapportate con la produzione dell’arte contemporanea, che senz’altro si attagliano anche a commentare i vari usi dell’ironia nell’architettura.

La prima accezione è appunto quella già menzionata di “ironia socratica”. “Il comportamento ironico – rimarca Poli (p. 13) – perde la sua originaria connotazione negativa e acquista un valore positivo nell’ambito della filosofia, quando Platone nei suoi dialoghi ne fa una caratteristica specifica dell’atteggiamento di Socrate e della sua abile strategia dialettica”. Il metodo di Socrate accetta infatti di usare in senso positivo la “dissimulazione” (il farsi credere ignorante) per sollecitare le risposte dell’interlocutore e da qui sviluppare dialetticamente il dibattito sulle questioni poste. In tal senso l’ironia diventa strumento di rivelazione e di conoscenza: una conoscenza meno scontata, meno rigida, a volte sorprendente, che può rivelare aspetti oscuri o nascosti delle cose. Questo spiazzamento rivelatore è un procedimento ricorrente nell’arte contemporanea, centrale per esempio nelle esperienze del Surrealismo, ma non solo. E tale lezione ha informato talvolta anche specifiche ricerche dell’architettura, e ancor più del design degli oggetti, di cui si dirà tra poco.

Una seconda accezione proposta da Poli è quella di “ironia retorica”. “Nella tradizione della retorica – scrive (p. 14) – l’ironia è una forma del discorso che consiste nell’affermare il contrario di ciò che si vuol far intendere”. Si tratta, quindi, di un rovesciamento “furbo e ammiccante” delle carte, spesso accompagnato da posture ed espressioni che in certo modo mettono in guardia l’ascoltatore dal cadere nel tranello, che sollecita appunto una posizione critica attenta da parte dell’interlocutore. È un meccanismo – tornando ad Aristofane e non solo – molto usato dalla letteratura o dal teatro “comici”. Anche l’arte se ne serve a piene mani: si pensi anche solo alle operazioni di rovesciamento dei significati degli objets trouvée di Marcel Duchamp.

Una terza accezione è quella che Poli (p. 14) definisce “ironia di situazione”, ovvero “l’ironia delle cose, della sorte, del destino, che designa l’effetto prodotto dall’imprevisto sviluppo degli eventi, dall’accostamento incongruo di avvenimenti o dall’improvviso capovolgimento rispetto alle aspettative”. Un espediente usatissimo nel teatro attraverso i colpi di scena inaspettati e la cosiddetta “commedia degli equivoci”. “Nella specifica dimensione dell’arte visiva contemporanea – continua Poli – entra in gioco come strategia estetica che gioca sul rapporto fra testo e contesto all’interno delle rappresentazioni pittoriche e plastiche così come nelle installazioni”.

L’“ironia romantica”, infine – sottolinea Poli (pp. 14-15) – è una “forma moderna di affermazione della libertà creatrice dell’artista”, a partire dalle teorie estetiche di Schlegel e Solger o dalle opere di Goethe e altri autori del Romanticismo; essa propone di fatto un lavoro di “coscienza autoriflessiva” sull’operazione artistica, attuando “tecniche e strategie che svelano il carattere fittizio della rappresentazione”, evidenziando “un distacco critico dell’autore verso l’opera” e accentuando “l’autonoma natura artistica dell’opera”. Ciò apre una “nuova prospettiva critica che sottolinea il ruolo decisivo del lettore o del fruitore nell’interpretazione e nella creazione dei significati dei testi”. In certo modo, l’ironia romantica si avvicina al concetto rinascimentale di “sprezzatura”, su cui pure ci soffermeremo.

Il rapporto tra ironia e architettura, come detto, non è altrettanto frequentato dalla critica, ma certamente un contributo importante deriva dalle ricerche di Emmanuel Petit, cui ci siamo esplicitamente appoggiati, incentrate sulla stagione postmoderna (si veda, in particolare, oltre alla rivista slovena già citata, il suo libro Irony; or, The Self-Critical Opacity of Postmodern Architecture, Yale University Press, New Haven 2013). Un precedente in tal senso è rappresentato, tra di noi, dagli studi di Sissi Roselli, a cominciare dalla sua tesi di dottorato, pubblicata col titolo Ironia progettante. Tre sketch su Cedric Price, Libria, Melfi 2021. Altre interessanti riprese del tema, in varie direzioni di approfondimento, sono uscite negli ultimi mesi in Italia, a testimonianza di un evidente ritorno d’interesse: nella sezione finale dedicata alle recensioni sono parzialmente documentate alcune di esse, a cominciare dalla mostra “Archisatira”, spiegata dal suo stesso curatore Gabriele Neri, antesignano di tale campo di studi in ambito italiano.

III. Ironia e sprezzatura nell’architettura di Giulio Romano, après Tafuri

Un precedente illustre cui si è voluta informare la nostra riflessione, è il magnifico saggio sull’architettura di Giulio Romano a Mantova scritto da Manfredo Tafuri nel 1989 per il catalogo della grande mostra a Palazzo Te (M. Tafuri, Giulio Romano: linguaggio, mentalità, committenti, in Giulio Romano, catalogo della mostra, Mantova, Palazzo Te - Palazzo Ducale, 1.9 – 12.11.1989, Electa, Milano 1989, pp. 15-63), che a più riprese cita l’ironia (e la sprezzatura) come concetti-cardine del linguaggio adottato da Giulio Pippi nel progettare il Palazzo del Duca Federico II Gonzaga tra il 1525 e il 1534.

Ci è parso importante riportare, quale significativa perfetta introduzione del tema, un lungo estratto di quell’acuto saggio, orientato a sottolinearne in particolare il discorso legato alla dimensione ironica che Tafuri identifica in Palazzo Te, correlandolo con le espressioni culturali delle corti rinascimentali padane del Cinquecento e quindi anche con i grandi testi letterari della stessa epoca e della stessa area geografico-culturale (dal Cortegiano di Baldassarre Castiglione fino all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto). Un nostro divertissement a riguardo di questi nessi architettura-letteratura risale al Festivaletteratura di Mantova del 2012, in cui ci si offrì la preziosa occasione di proporre – con la collaborazione del compianto amico regista Gigi Dall’Aglio – proprio a Palazzo Te, un giocoso reading, che leggeva fronte a fronte brani di quel saggio di Manfredo Tafuri sull’architettura del palazzo, accostati a brani scelti dei poemi dell’Orlando Innamorato del Boiardo e dell’Orlando Furioso dell’Ariosto, accomunati appunto dal senso dell’ironia e dai meccanismi della sprezzatura (Ut architectura poësis, a cura di R. Bocchi e G. Dall’Aglio, reading proposto a Mantova, Palazzo Te, nell’ambito della rassegna “Il Furioso in festa”, settembre 2012; cfr. l’articolo dallo stesso titolo, in “Engramma” n. 150, ottobre 2017).

IV. Dall’arte all’architettura: percorsi ironici del Novecento

Venendo alle esperienze delle arti e dell’architettura contemporanee, la componente ironica è diventata centrale in molte delle espressioni delle avanguardie artistiche di tutto il Novecento e in particolare – per l’architettura e il design – nella stagione post-moderna, nonché, in Italia, soprattutto nella stagione cosiddetta “radical”, documentata nella famosa mostra “Italy: the New Domestic Landscape. Achievements and Problems of Italian Design” (New York, MoMa, 1972), ordinata da Emilio Ambasz. Nell’introduzione al catalogo, il curatore individua tre atteggiamenti prevalenti tra i designer italiani: i cosiddetti “conformisti”, che perfezionano forme e funzioni già affermate, senza mettere in discussione il contesto socio-culturale ma concentrandosi sull’estetica dei singoli oggetti; i “riformisti”, che provano a conciliare il conflitto tra professione e questioni sociali mediante un approccio retorico, ridisegnando oggetti convenzionali con riferimenti ironici e autocritici; infine i “contestatori”, che promuovono due tendenze: da un lato un assoluto rifiuto a partecipare al sistema socio-industriale coevo, in favore di azioni politiche e riflessioni filosofiche, e dall’altro una partecipazione critica attiva, che combina la pratica del design all’impegno socio-politico.

Tra i progetti di “ambienti” realizzati appositamente per la mostra, l’installazione “Microevent/Microenvironment”, del noto gruppo di contestatori Superstudio, è accompagnata da un testo che spiega a un pubblico poco avvezzo all’ironia che lo spettatore non si trova davanti a “un modello tridimensionale di una realtà a cui si possa dare forma concreta mediante una semplice trasposizione di scala, bensì a una rappresentazione visiva di un atteggiamento critico nei confronti della (o di una speranza riposta nella) attività progettuale, intesa come speculazione filosofica, come mezzo di conoscenza, come esistenza critica”.

Nello stesso catalogo, Menna sostiene che il gruppo, nel progetto delle Dodici Città Ideali, usa “un tono provocatoriamente ironico e un forte, consapevole elemento di gioco”, sottolineando che, in questo “gioco progettuale”, gli architetti mostrano comunque la volontà di avere un impatto reale sulla realtà. D’altro canto, come nota Tafuri, i giovani designer radical, distaccandosi dal movimento moderno, hanno rivestito il ruolo di “spettatori inclini alla beffa e all’ironia”, oppure di attori che contraddicono la realtà per assumerne l’apparenza in modo camaleontico.

Ma torniamo a Poli (p. 18). “In estrema sintesi, si può dire che l’interpretazione dell’ironia da parte dei maggiori teorici e critici (poststrutturalisti) di area postmoderna sia caratterizzata dal rifiuto dell’intenzionalità dell’autore. È la lettura ad attribuire il valore ironico al testo”. E sottolinea come Roland Barthes, testimoniando questo prevalere del lettore sull’autore, scriva che  “l’ironia non è nient’altro che la domanda posta al linguaggio dal linguaggio”, un’ironia definibile “barocca”, “perché gioca con le forme e non con gli esseri, perché espande il linguaggio invece di restringerlo”.

Sul tema ha scritto pagine importanti Umberto Eco, autore nel 1999 di una conferenza intitolata Ironia intertestuale e livelli di lettura (edita in: U. Eco, Sulla letteratura, Bompiani, Milano 2002). Nel saggio Eco identificava quattro caratteristiche dell’ironia postmoderna: la “meta-narrazione” (riflessione che il testo fa su se stesso); il “dialogismo” o “citazionismo” (uso di richiami ad altri testi); il “double coding” (definizione mutuata proprio dagli scritti di Charles Jencks riferiti all’architettura postmoderna) ovvero il parlare su due livelli simultanei a un pubblico colto e no; e infine l’“ironia intertestuale”, che funziona solo per chi, a partire dalla comprensione del senso di una sottile allusione, stabilisce un rapporto privilegiato con il testo ai suoi vari livelli. Un’esperienza artistica che fa largo uso del “double coding” è quella della Pop Art americana: basti pensare ai fumetti di Roy Lichtenstein o alle sculture morbide e fuori scala di Claes Oldenburg, che raggiungono un pubblico generalista attraverso immagini accessibili e giocose tratte dai mass media e dalla società dei consumi, trasmettendo allo stesso tempo critiche ironiche e sofisticate a una platea più colta e ristretta. La Pop Art è ampiamente frequentata anche da architetti come Frank O. Gehry, che usa il residuo, lo scarto, l’imperfezione come elementi costruttivi, non senza contraddizioni. Il gusto del paradosso, così come le figure retoriche dell’iperbole o della sineddoche, ispirano spesso queste opere della post-modernità.

Tra i contributi, che pubblichiamo in questo numero, alcuni trattano di esperienze che hanno fortemente connesso l’arte d’avanguardia con la dimensione architettonica: è il caso di Vito Acconci, di cui scrive Alex Ferletti, o per altro verso della singolare vicenda londinese dei “maiali nello spazio” raccontata da Gianni Filindeu, che accosta la musica dei Pink Floyd e il design del gruppo Hypgnosis con l’architettura della Battersea Power Station, giungendo fino agli esperimenti di Cedric Price. Ma in questo ambito si collocano anche le meno conosciute proposte del gruppo padovano TATA, di cui scrive Francesca Cremasco o, su un’altra sponda, le conferenze come dispositivi performativi commentate da Lisa Andreani. Una singolare esperienza, profondamente connessa con una graffiante lettura ironica della condizione della società novecentesca, è quella legata all’interessante vasta produzione grafica di Saul Steinberg, su cui interviene il saggio di Daniele Vanni.

V. L’approccio ironico degli architetti radical e post-modern e l’eclissi contemporanea

Altri contributi indagano l’uso dello strumento dell’ironia nelle opere e nella stessa personalità artistica di singole figure salienti dell’architettura internazionale nel corso del Novecento e con particolare riferimento alla stagione post-moderna, ma non solo. Le figure indagate trascorrono da una personalità eccentrica dell’architettura italiana quale Carlo Mollino (si veda il saggio di Napoleone Ferrari) a due maestri della generazione spagnola cresciuta in età franchista quali Alejandro de la Sota (si veda il saggio di Claudia Pirina) e Fernando Higueras (si veda il saggio di Damiano Di Mele), da un esponente importante dell’architettura austriaca quale Heinz Tesar (si veda il saggio di Diana Carta) alla meno nota coppia di architetti e designer svizzeri Trix e Robert Haussmann (si veda il saggio di Fernanda De Maio e Daniela Ruggeri), da un gigante dell’architettura britannica quale Jim Stirling (si veda il saggio di Chiara Velicogna, cui si aggiunge la rilettura di un articolo antesignano di John Maule McKean risalente al 1979) a un campione del Post-Modern americano quale Stanley Tigerman (si veda il saggio di Emmanuel Petit). In particolare, la tesi sviluppata da Emmanuel Petit nei suoi studi dedicati alla produzione degli architetti post-moderni, è che

l’ironia non sia solo un tema fra gli altri, ma sia un tema che sottende direttamente un nesso tra architettura e teoria, e perciò canalizza l’accesso intellettuale alla nostra disciplina in una luce particolare. L’attenzione alla teoria è ciò che rende il tema dell’ironia in architettura intellettualmente stimolante ed edificante. [...] Io credo che l’ironia incapsuli la vera e propria struttura della teoria postmoderna in architettura (E. Petit, Introduction, “AR-Architectural Research”, Lubiana 2024).

Su tale argomento interviene con interessanti chiose il saggio di Pierfrancesco Califano, proiettato a indagare quella che definisce l’eclissi del discorso ironico dell’architettura nella contemporaneità. Sul fondamentale ruolo dell’ironia nelle esperienze del Radical Design italiano e dell’architettura post-moderna internazionale, con riferimento alle radici del pensiero filosofico cui si sono richiamate, ritorna anche la riflessione di Fabrizio Marzilli.

VI. Altri temi e problemi dell’architettura “ironica” nel contemporaneo

Ma la “chiamata” aperta a ragionare attorno alla vasta tematica dei rapporti dell’architettura con l’ironia, che abbiamo diramato alcuni mesi fa per questo numero di Engramma, ha fruttato anche risposte a sfondo tematico, meno direttamente classificabili nelle precedenti categorie. Abbiamo già accennato al contributo di Vanni che indaga il tema del labirinto quale matrice della complessità della città contemporanea attraverso l’eccezionale itinerario di disegnatore “caricaturale” di Saul Steinberg.

Un contributo monografico originale è offerto da Daniel Barba con l’analisi dell’installazione proposta qualche anno fa dallo studio giapponese SANAA a eretica interpretazione di un ‘tempio’ dell’architettura moderna quale il padiglione di Mies van der Rohe a Barcellona. Paola Passarello, dal suo canto, si avventura in un’interpretazione del tema del trattamento della rovina e dell’incompiuto nella città contemporanea, rintracciandovi un atteggiamento che spesso richiama la ‘sprezzatura’. Laura Mucciolo indaga la produzione dello studio OMA dall’originale punto di vista dell’uso (di nuovo in termini ironici) dello strumento tecnico-burocratico del brevetto. Mattia Angeletti – con l’opportuna dose di ironia – legge il recente evento della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina e il suo singolare impatto sulla disputa in atto circa il destino riservato allo stadio milanese di San Siro. Bora Kelmendi Beqiraj offre l’analisi delle ‘ironiche’ metamorfiche sorti di un patrimonio architettonico relativo ad alcuni monumenti jugoslavi della città di Pristina nel Kosovo. Infine, Jorge Ramos e Juan Carlos Quindós affrontano il tema dell’ironia in alcune esperienze di lettura dell’architettura contemporanea attraverso il filtro della fotografia d’autore.

VII. Fanzine

Uno speciale originale contributo è stato offerto dalla ripresa e rielaborazione delle fanzine prodotte dai dottorandi nel corso del seminario a Roma del 2025 che, come si è detto, è stata la matrice del lavoro che presentiamo in questo numero: i giovani studiosi hanno esercitato una grande libertà nell’interpretare il tema secondo loro personali angolazioni. Per il senso e la cornice metodologica di questa sezione rimandiamo al testo introduttivo pubblicato a firma di Sissi Roselli, cordinatrice del divertente esercizio che si è svolto durante il seminario: nell’intervento sono richiamati anche gli studi dell’autrice sul Fun Palace e in generale sull’opera di Cedric Price.

VIII. Recensioni

Il numero si conclude con un gruppo di recensioni: la prima, a cura di Christian Garavello, è dedicata al numero monografico “Architecture and Irony” della rivista lubianese “AR-Architectural Research” che, come si è detto, ha costituito uno degli spunti per il Seminario romano e per questo numero. Una seconda recensione è a firma di Gabriele Neri e tratta della mostra “ArchiSatira” da lui curata a Mendrisio. Domenico Faraco presenta la recente mostra “Nulla di preciso”, allestita a Venezia, Fondazione Querini-Stampalia. Il numero si chiude con un piccolo scanzonato omaggio ai cent’anni dell’Iuav che si celebrano nel 2026, attraverso i disegni di alcuni suoi illustri protagonisti, “pescati” tra i materiali presentati nella bella mostra curata dalle colleghe Gabriella Liva, Marzia Marandola e Gundula Rakowitz.

Ironicamente, Umilmente, Appassionatamente, Vostri. Buona lettura.

English abstract

This issue of Engramma is devoted to the theme “Irony in Architecture”. It opens with an introduction linking the cover image – unrealized sketches by Alberto Campo Baeza for a stage set at the Greek theatre of Syracuse – to Aristophanes and the classical origins of irony, followed by a discussion of Francesco Poli’s typology of irony in contemporary art and Manfredo Tafuri’s essay on Giulio Romano’s Palazzo Te. The issue originated from a 2025 doctoral seminar on “Architettura e Ironia” held at Sapienza Università di Roma, in collaboration with the Real Academia de España en Roma, and connects to a related 2024 issue of the journal “AR – Architectural Research” edited by Emmanuel Petit. It collects essays on irony in the work of individual architects and groups – including Carlo Mollino, Alejandro de la Sota, Fernando Higueras, Heinz Tesar, Trix and Robert Haussmann, Jim Stirling, Stanley Tigerman, SANAA, and OMA – as well as contributions on related themes such as ruins, patents, and photography. The issue also includes fanzines produced by doctoral students during the Rome seminar, book and exhibition reviews, and a closing tribute to Iuav’s centenary.

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La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo numero
(v. versione online e Albo dei referee di Engramma)

Per citare questo articolo / To cite this article: Renato Bocchi, Anna Ghiraldini, Cesira Sissi Roselli, Dell‘ironia in archirettura. Editoriale di Engramma 237, “La Rivista di Engramma” n. 237, luglio 2026.