Alle origini del termalismo. Una sepoltura femminile dal sito termominerale di Bad Dürrenberg
Recensione a: Harald Meller, Kai Michel, Il mistero della sciamana. Un viaggio archeologico alla scoperta delle nostre origini [Das Rätsel der Scamanin. Eine archäologische Reise zu unseren Anfängen, Rowohlt Verlag GmbH, Hamburg 2022], Feltrinelli Editore, Milano 2024
a cura di Maddalena Bassani
English version | English abstract
Nel giugno del 2024 è stata pubblicata la traduzione italiana di un volume di Harald Meller e Kai Michel edito due anni prima ad Amburgo, dedicato alla ricostruzione delle vicende relative a una donna vissuta 9000 anni fa, sepolta nelle vicinanze di Lipsia a Bad Dürrenberg, località termale nel cuore della Germania. All’edizione italiana è seguita una recensione di Fabio Genovesi per La Lettura del Corriere della Sera di domenica 21 luglio 2024, intitolata La maga di pelle nera era l’antenata dei nazisti. Titolo, a mio avviso, fuorviante, nonostante nell’articolo vengano messe in risalto alcune delle principali peculiarità del libro: perché di quella donna non si può dire né che fosse una maga né che fosse l’antenata dei nazisti – ma tant’è.
Veniamo dunque al libro, che è di grande interesse non solo per l’accuratezza della ricostruzione storiografica, storico-archeologica ed etno-sociologica che gli autori propongono, ma soprattutto perché consente di aprire una finestra temporale sulla frequentazione dei contesti termominerali in un’epoca ben precedente l’età greca e romana, ovvero già nel periodo di transizione fra il Mesolitico e il Neolitico, dunque nella fase fondamentale che vide popoli cacciatori diventare popoli stanziali.
Sviluppato in 366 pagine, il libro è articolato in 25 capitoli con un epilogo finale e una ricca bibliografia tematica, che offre la possibilità di approfondire i diversi ambiti di studio dipanati nei capitoli. Questi ultimi spaziano dalla storia della scoperta della tomba, alla interpretazione iniziale del ritrovamento affiancando nuove prospettive legate ad analisi paleo-osteologiche e geo-ambientali, considerando altresì la tipologia del corredo funebre fino alla disamina di altri casi comparabili con quello di Bad Dürrenberg in Europa e nel mondo. Non si tratta quindi di un saggio di taglio storico-archeologico, ma di un affondo che intercetta diversi filoni di studio, dai quali il lettore può comprendere gli step della ricerca, le difficoltà incontrate e i risultati raggiunti, nonché le prospettive che si possono prefigurare dagli output della ricerca medesima.
Il 4 maggio 1934 erano in corso i lavori di restauro delle strutture ricettive del sito termale di Bad Dürrenberg nel distretto di Saalekreis in Sassonia, con acque ricche di sale e numerose miniere. Questa località costituiva uno dei siti termominerali tedeschi che, se pur sfruttati in parte già in età romana (si veda la tesi di PhD di Cecilia Zanetti, Il Termalismo nelle Province Centrali. Rezia, Germania Superiore e Inferiore, Università degli Studi di Padova, discussione: 31 gennaio 2017) e poi in epoca moderna, conobbero un grande incremento agli inizi del Novecento per fini terapeutici e turistici. Infatti, sia in Germania che in Italia, come in altri stati europei, negli anni Trenta vi furono ingenti investimenti economici per riqualificare siti termali al fine di trasformarli da semplici centri di cura in cittadine del wellness. Vi accorrevano ricchi possidenti in cerca di esperienze alterative, intellettuali ed esponenti politici desiderosi di paesaggi ameni cui ispirarsi per comporre opere artistiche o per progettare imprese militari, malati veri o immaginari con la speranza di guarire (si veda David Clay Large, L’Europa alle Terme. Una storia di intrighi, politica, arte e cura del corpo, EDT, Torino 2019 [The Grand Spas of Central Europe. A History of Intrigue, Politics, Art, and Healing, Rowman & Littlefiled, Lanham-Maryland 2015]).
Ma la Germania degli anni Trenta è sotto la guida di Adolph Hitler e del Terzo Reich, fondato sul presupposto di una superiorità della ‘razza’ ariana rispetto alle altre (altrettanto inesistenti) ‘razze’: ed ecco che il rinvenimento della tomba a Bad Dürrenberg, con i resti di un individuo adulto, di un bambino e di un ricco corredo, viene immediatamente interpretato come la prova di un illustrissimo antenato ariano del popolo germanico, di pelle bianca e di sicura stirpe autoctona. Peccato che invece la sepoltura fosse quella di una donna di pelle scura con un bimbo di pochi mesi in braccio, entrambi facenti parte di un clan riconducibile a gruppi di cacciatori-raccoglitori del Mesolitico, che migravano in cerca di ambienti favorevoli alla sopravvivenza e di risorse naturali da sfruttare.
Il luogo prescelto per la sepoltura non fu secondario: la tomba venne posta su un’altura al di sopra del corso del fiume Saale con vista sulla pianura circostante e presso le sorgenti ricche di depositi salini, utili anche agli animali che vi si potevano recare per trarre nutrimento. Se i residui salini erano ovviamente a disposizione anche per gli umani, per integrare la loro alimentazione, le acque ad elevata componente salina potevano, allora come oggi, risultare efficaci contro infiammazioni e infezioni di organi interni (ad esempio bronchi, polmoni) ed esterni (la pelle, gli arti). È possibile che la donna sepolta avesse imparato ad utilizzare quelle acque e i loro derivati per curare il clan? e che in virtù delle sue capacità, il clan avesse scelto proprio quel luogo per dedicarle tale eccezionale sepoltura? Gli archeologi propongono queste ipotesi sulla base di diversi indizi.
Lo scheletro era di una donna alta 1,55 metri morta intorno ai 35 anni, la cui identità femminile è stata confermata dalle analisi del DNA che hanno chiarito avesse pelle scura, capelli scuri e occhi chiari; la cronologia risalente al 7000 a.C. è stabilita con certezza attraverso il C14 utilizzato sui resti umani e animali trovati. Il cranio presentava una malformazione della prima vertebra cervicale, la quale, ostruendo parzialmente l’afflusso sanguigno al cervello quando la donna girava il capo di lato, poteva causare svenimenti temporanei: dunque, un’anomalia genetica poteva essere alla base di comportamenti ‘eccentrici’, ad esempio stati di trance.

1 | Ossa animali collocati sopra il corpo della defunta.
Sulla testa la defunta portava un copricapo costituito da corna e ossa di capriolo nonché denti animali [Fig. 1], mentre altri elementi erano riposti sul corpo della donna e in origine erano forse attaccati al pellame che ne copriva alcune parti. La sontuosità del capricapo e degli altri oggetti indicano il rango elevatissimo occupato dalla donna all’interno del clan: e ciò viene confermato dal corredo che le era stato dedicato, composto da 69 gioielli e 52 utensili. Corna di capriolo, zanne di cinghiale, lame di pietra, conchiglie, denti di animali, un osso di gru contenente 31 piccoli strumenti in selce, un’ascia forata posta sotto il braccio destro e frammenti di gusci di tre testuggini di palude, il cui utilizzo, come vedremo, poteva essere stato quello di contenitori per sostanze particolari.
Nel 1934, nonostante la frettolosità dello scavo, si recuperarono anche parti del corpo di un bambino posto quasi in braccio alla donna, anche lui con caratteristiche genomiche dei cacciatori-raccoglitori: aveva pelle scura e occhi chiari ma non era figlio suo, forse era un parente. Si trassero pochi frammenti del cranio e alcuni denti, sufficienti per affermare che aveva meno di un anno d’età quando morì. A lui erano state dedicate, probabilmente, le conchiglie di una piccola lumaca, la Gyraulus, non notate nel 1934 ma riconosciute in un saggio archeologico effettuato nel 2019 a poca distanza dal punto del ritrovamento. Qui, a circa 1 metro davanti alla tomba della donna e del bambino, furono recuperate le corna e la calotta cranica di un cervo di grandi dimensioni, deposte intenzionalmente alcuni anni dopo di fronte alla tomba, forse con la pelliccia (una sorta di vestimento riferito al suo status? Si chiedono gli autori): segno che quel luogo rimaneva un punto di riferimento ovvero di ‘pellegrinaggio’ per le persone del clan cui la donna era legata, che in memoria di lei e di quello che aveva rappresentato svolgevano pratiche cultuali e rituali ad hoc.
Un ultimo elemento viene giustamente rimarcato nel volume, e cioè il fatto che grazie alle indagini di laboratorio è stato possibile comprendere che la donna, il bambino e tutti gli oggetti del corredo erano stati adagiati scavando una fossa di forma quasi ovale, rivestita con un intreccio di rami di salice, a circa 1,3 metri di profondità; le pareti erano rivestite da uno strato rossastro, su cui i corpi furono collocati. Terminato il rituale di sepoltura, fu steso uno strato di ocra rossa, cioè di ematite, a sua volta chiuso da elementi in legno e da terra.
Perché era tanto importante omaggiare questa donna? Gli archeologi ritengono che la defunta venisse considerata una persona ‘speciale’ sia perché aveva forse elaborato capacità nel praticare cure e trattamenti mediante l’uso delle acque e di altri elementi naturali, sia perché, traendo forza da quella sua debolezza congenita qual era la malformazione della prima vertebra cerebrale, talora, forse, manifestava atteggiamenti anomali, particolari: gli stati di alterazione psichica e fisica, come apatie e trances, dovuti alla temporanea riduzione di flusso sanguigno al cervello, potevano costituire le condizioni ideali per elaborare un’aurea di rispetto e venerazione tipici di figure borderline come guaritori atipici o sciamani. Sono proprio il copricapo e il tipo di sepoltura che rappresentano l’elemento caratteristico di altri esempi di vestimenti propri di persone assimilabili agli sciamani. Questi ultimi, che per secoli furono considerati lo stereotipo del ciarlatano-stregone, erano individui, spesso di sesso femminile, capaci di stabilire un contatto con il mondo naturale (ovvero con il mondo non umano) attraverso l’assunzione di sostanze e l’uso di strumenti particolari con cui riuscivano a guarire malattie o far superare momenti di disgrazia e di criticità individuale e/o collettiva.
Gli autori dedicano molte pagine del volume alla presentazione della storia degli studi sullo sciamanesimo con particolare riguardo alle ricerche del secondo Novecento, che hanno dimostrano come questi soggetti fossero portatori di una sapienza e di una saggezza altra rispetto a quella ortodossa e tradizionale: per questo furono osteggiati, repressi e annientati, soprattutto in Russia. A titolo esemplificativo vengono ricordate sia le politiche settecentesche di Pietro il Grande volte a imporre la conversione degli sciamani al cristianesimo al fine di eliminare i ‘sacerdoti del diavolo’, sia la propaganda sovietica, che riconosceva negli sciamani della Siberia i Nemici della classe operaia (su cui si veda E. Kasten (ed.), Schamanen Sibiriensis und ihr Vermächtnis 2021).
Quella di Bad Dürrenberg è dunque una sepoltura carica di significati, che trova confronti con altre sepolture meso- e neolitiche note altrove interpretate, anche in quei casi, come pertinenti a sciamani-sciamane. Ad esempio, la tomba del cd. Horn Shelter Man, sepolto in Texas 11.000 anni fa con una bambina, era provvista di una sacca con utensili atti a frantumare e mescolare sostanze riposte, come medicamenti, nei gusci di tartaruga ivi presenti: ciò è dimostrato dai residui di ematite, cioè di ocra rossa, analizzati al loro interno (pp. 272-273). Di una guaritrice dovette essere pure la tomba svedese in località Skateholm, risalente al 5000 a.C. circa: qui erano stati riposti i resti di una donna sepolta con un palco di cervo e molti altri oggetti di corredo simili a quelli della presunta sciamana di Bad Dürrenberg (pp. 280-283).
Pare quindi convincente il quadro probativo proposto dagli autori a sostegno dell’ipotesi che la sepoltura di Bad Dürrenberg non sia solo eccezionale in sé perché risalente a 9000 anni fa, ma perché costituisce la spia di una sapienza medica antichissima: lo suggeriscono il tipo di corredo e il copricapo ‘speciale’ proprio di chi occupava una posizione di spicco nel clan; la deposizione della donna (e del bambino) in una fossa rivestita da rami di salice dalla cui corteccia, com’è noto, si estrae la salicina - un principio naturale con proprietà antidolorifiche e antifebbrili, che è alla base della composizione della moderna aspirina, ovvero dell’acido acetilsalicilico (pp. 305-306). Ancora, lo suggeriscono i carapaci delle tre tartarughe, usati forse come contenitori per miscelare a fini terapeutici elementi naturali quali il sale, la salicina e, non ultima, l’ocra rossa: come viene posto in evidenza in uno degli articoli di questo numero (M. Cvetkovic), l’ematite rappresentò per millenni un composto di primaria importanza nelle pratiche mediche, estratto da contesti presso sorgenti minerali ricche di ferro. Infine, se pur come dato indiziario, la sapienza medica della cd. sciamana di Bad Dürrenberg potrebbe essere confermata dal luogo stesso in cui fu sepolta, cioè le sorgenti saline: se mancano prove archeologiche che attestino la presenza di sale all’interno dei gusci di testuggine e nelle conchiglie del suo corredo, perché, com’è noto, il sale è solubile in acqua e qui non pare essersi conservato, non si può escludere che proprio attraverso le acque e i loro derivati, unitamente alla conoscenza di altri principi naturali, la donna abbia rappresentato un punto di riferimento fondamentale per il suo gruppo di umani.
Dunque, un bel libro, questo, avvincente e convincente. L’unico aspetto su cui forse ci si sarebbe aspettati un affondo maggiore è proprio il ruolo della risorsa termominerale in questo cold case archeologico: perché, come dimostrano studi recenti, la storia del termalismo naturale non si limita alla sola analisi delle stazioni curative di epoca romana, ma inizia ben prima, almeno nella seconda metà del II millennio a.C. con la prima stufa curativa micenea di Lipari, ovvero con il commercio dei prodotti secondari presenti attorno alle sorgenti e nelle miniere (dati proposti e commentati in M. Bassani, Adriatico salutifero, 1. Archeologia del termalismo al Fons Timavi e al Fons Aponi, Roma-Bristol 2025). Anzi, la finestra temporale dell’indagine archeologica sul termalismo potrebbe essere ben più ampia: già nel volume di Fritz Geschwendt, Der vor- und fruhgeschichtliche Mensch und die Heilquellen, Hildescheim 1972, citato dagli stessi autori (p. 76), venivano analizzati contesti termominerali di epoca preistorica presenti nella Renania con oggetti d’uso per sfruttare le acque sorgive (ad esempio tronchi trasformati in tubi, palificazioni) e manufatti dedicati presso le sorgenti come ‘ex voto’. Altri casi sono noti in Italia, come dimostra il censimento pubblicato nel 2014 (M. Annibaletto, M. Bassani, F. Ghedini (a cura di), Cura, preghiera e benessere. Le stazioni termominerali nell’Italia romana, Padova 2014). Se ne possono menzionare due di particolare rilievo. Il primo coincide con le Grotte del Kronio a Sciacca (AG), dove sono presenti vapori termali caldi connessi alla geotermia locale sfruttati senza soluzione di continuità fino ad oggi: vi furono deposti diversi vasi votivi datati fra il 6000 e il 3000 a.C. quali forme di ringraziamento per una salute ritrovata (da ultima M. Bassani, Adriatico salutifero 2025 cit., pp. 97-98, con bibliografia). Il secondo caso è quello alle Fonti Romane della Fratta presso Bertinoro (Emilia-Romagna): lavori ottocenteschi volti ad ammodernare le sorgenti salsobromoiodiche presso il fiume Salso (dunque con caratteristiche chimico-fisiche simili a quelle di Bad Dürrenberg) scoprirono l’esistenza di un pozzo preistorico contenente un tronco d’albero usato come canna, in cui erano vasi e contenitori per l’acqua integri e frammentari con resti di fibre sulle anse (funi?) e residui di ocra e di altri resti alimentari. Nel riempimento del pozzo si trovarono anche frutti, cereali, ossa di pecore e bue, mentre nelle vicinanze si recuperarono frammenti di altri utensili propri di un insediamento alle sorgenti (si veda M. Bassani, Per una carta distributiva degli spazi sacri alle fonti curative, in Annibaletto, Bassani, Ghedini 2014 cit., p. 181, con bibliografia).
Credo quindi che il prosieguo degli studi sul contesto di Bad Dürrenberg e in generale sul termalismo in epoca antica debba approfondire ulteriormente il ruolo dell’acqua minerale e dei suoi prodotti secondari nelle dinamiche di vita e di insediamento, ampliando lo sguardo e considerare anche le tracce nel continente europeo e in area mediterranea fin dalla fase preistorica. Del resto, la sola osservazione del comportamento degli animali selvatici, che spontaneamente si recano alle sorgenti termominerali per ripulire il pelo dai parassiti o per rotolarsi nel fango traendo benefici da infiammazioni o ferite, poté rappresentare la prima interfaccia conoscitiva fra uomo, animali e termalismo.
In conclusione, la donna preistorica del parco termale di Bad Dürrenberg non era né una maga né una antenata dei nazisti: era probabilmente una guaritrice, capace di trarre benefici dalle risorse naturali per sé e per gli altri: era l’antenata di tutti noi, epigoni stanziali di migranti dalla pelle scura, che si spostavano liberamente in un’Europa più selvaggia, ma di sicuro più accogliente di quella odierna.
English abstract
This review examines the Italian edition of Il mistero della sciamana by Harald Meller and Kai Michel, focusing on the Mesolithic burial of a woman discovered at the thermo-mineral site of Bad Dürrenberg. Combining archaeological, osteological and environmental data, the authors reinterpret a find long distorted by ideological readings, identifying the woman as a healer or shaman-like figure within a hunter-gatherer community. The rich grave goods, ritual practices and proximity to saline springs point to an early form of medical knowledge based on natural resources. While acknowledging the book’s methodological strength, the review calls for a broader integration of Bad Dürrenberg into the long-term history of prehistoric thermo-mineral practices.
keywords | Mesolithic burial; Shamanism and healing; Thermo-mineral landscapes; Prehistoric medicine; Archaeological reinterpretation.
Per citare questo articolo / To cite this article: Maddalena Bassani (a cura di), Alle origini del termalismo. Una sepoltura femminile dal sito termominerale di Bad Dürrenberg, recensione a: H. Meller, K. Michel, Il mistero della sciamana. Un viaggio archeologico alla scoperta delle nostre origini, [Das Rätsel der Scamanin. Eine archäologische Reise zu unseren Anfängen, Rowohlt Verlag GmbH, Hamburg 2022] Feltrinelli Editore, Milano 2024, “La Rivista di Engramma” n. 231, gennaio/febbraio 2026.
